Viva Palestina in Gaza

28/10/2010

Il mio pezzo per Peacereporter di lunedì:

Cosa fa di una prigione un luogo più vivibile?

Non certo tinteggiare le sbarre, come è stato fino ad oggi, questo finto allentamento dell’assedio da parte israeliana che ha consentito l’accesso nella Striscia ad alcune merci fra le più inutili sul mercato. Semmai in grado di risollevare il morale ad un milione e mezzo di reclusi è una prospettiva di fuga, di liberazione, una vaga idea di come è il mondo fuori dalle sbarre.

Oltre a 145 veicoli carichi di aiuti umanitari, hanno portato questa speranza a Gaza i 380 attivisti provenienti da oltre 30 paesi di Viva Palestina che giovedì hanno rotto l’assedio. Sono ritornati nei rispettivi paesi di provenienza ieri, dopo avere trascorso una notte rinchiusi dalle autorità egiziane in un’ala dell’aeroporto del Cairo.

Ognuno porta a casa un ricordo particolare di questo viaggio lungo un mese, come l’inglese Richard: “ Un’ accoglienza indescrivibile lungo tutte le tappe del nostro tragitto da Londra a Istanbul. In Siria non riuscivamo a fare compere perché i negozianti una volta intesa la nostra missione si rifiutavano di farsi pagare. Dentro Gaza poi la meraviglia di migliaia di palestinesi festanti, per la maggior parte bambini, che rischiavano di farsi investire pur di riuscire a toccarci, a salutarci. Dopo 2 giorni ho compreso che per alcuni dietro la calda accoglienza c’era qualcos’altro, la speranza di essere portati via al ritorno. Via da quella prigione.

“Quando la libertà si restringe in un posto del mondo la libertà di tutto il mondo un poco si restringe, per questo ho deciso di unirmi al convoglio.” Mi ha spiegato Graham, anche lui dall’Inghilterra, concludendo: “Vedere decine di ragazzi venire fino a Gaza come decine, centinaia di migliaia di loro coetanei nel recente passato hanno manifestato contro la guerra in Iraq per la Palestina è confortante. Una sorta di palestra dei diritti umani per questi giovani che non si faranno sottrarre i diritti civili nei loro paesi senza lottare come ora lottano per la libertà i  loro fratelli palestinesi.

Alfredo Tradardi, rappresentante dell’ISM Italia e responsabile del convoglio italiano era stremato ma felice quando l’ho incontrato dinnanzi al porto di Gaza: “Le città che abbiamo toccato sono state come tappe di un pellegrinaggio, per alcuni religioso, per noi laico. Il momento più intenso in Turchia, nel villaggio di Kayseri, dinnanzi alla tomba di Furkan Doğan, il giovane attivista ucciso dal commando israeliano durante l’assalto alla Mavi Marmara. Considero Furkan un emulo di Rachel Corrie, e come Rachel deve essere ricordato nel profondo dei nostri cuori. Nel campo profughi di Latakia, simbolo delle sofferenze dei palestinesi che attendono di ritornare nella loro terra, come è nel pieno dei loro diritti, ricordo l’ospitalità di famiglie povere ma dignitose. Emozioni forti anche durante la commemorazione delle vittime della Freedom Flotilla, quando sul traghetto che ci ha portato dalla Siria all’Egitto abbiamo navigato proprio sullo stesso tratto di mare protagonista del massacro di maggio”. Tradardi, in procinto di promuovere in Italia una serie di incontri con la celebre scrittrice palestinese Ghada Karmi, a Gaza si è recato dinnanzi alle macerie del parlamento distrutto durante i bombardamenti israeliani del gennaio 2009 ”per ricordare al mondo la necessità di rilanciare il movimento BDS, la campagna di boicottaggio a Israele. Una strategia che se in passato si è dimostrata vincente liberando Mandela e un popolo dall’oppressione dell’apartheid, confidiamo riuscirà a liberare anche Gaza dal suo assedio.

Un messaggio, quello del boicottaggio, che ha viaggiato con gli italiani per migliaia di chilometri, ben impresso in decalcomanie sulle carrozzerie dei loro mezzi.

Samer, libanese di 52 anni, si è mostrato il più commosso di tutto il convoglio entrando nella Striscia. La sua storia ci spiega i motivi. Si trovava in Canada nel luglio del 2006 e stava tentando di ottenere un visto per farsi raggiungere dalla moglie e dai 4 figli. Quando sono iniziati i massicci bombardamenti aerei israeliani nel sud del Libano ha cercato immediatamente di contattare il suo villaggio per avere notizie dei familiari. Solo dopo alcuni giorni dal fratello ha ricevuto la notizia del bombe sulla sua abitazione, e dei corpi esanimi dei suoi figli e di sua moglie estratti dalle macerie. “Non mi sono mai interessato di politica, tantomeno facevo parte della resistenza. Non ho mai avuto nulla a che vedere con gli Hezbollah, ero solo un muratore emigrato che voleva riunire la sua famiglia.

Ahmad, il figlio primogenito, aveva ultimato gli studi universitari poco prima di venire ucciso. Il certificato di laurea è stato emesso una settimana dopo la sepoltura.

Non voglio che nessuno al mondo, sia esso cristiano, ebreo o musulmano, debba soffrire del dolore che ha spento il mio cuore. Per questo sono a Gaza, dove sento piangere, mi precipito. Lenire il dolore è il mio dovere e la mia nuova ragione di vita”, mi ha confidato con i lucciconi agli occhi.

Appena tornati, giusto il tempo di riprendersi dalle fatiche dell’impresa e per molti attivisti sarà già ora di iniziare a organizzare Viva Palestina 6, che possibilmente in contemporanea con la nuova Freedom Flotilla ritenteranno di rompere l’assedio di Gaza. Questa volta protagonista sarà anche una imbarcazione italiana.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city