Un porto che aspettava solo di essere ingravidato di speranza

01/06/2010

Prima che il mare diventasse cremisi e i nostri volti notte, il mio pezzo per Il Manifesto di lunedi’ raccontava la vigilia dello sbarco.

Porto deriva dal greco porthmion, valico, ed è così detto perché si addentra nella terra e offre ricovero ai bastimenti.

Una miriade di bastimenti da tutto il mediterraneo hanno trovato rifugio qui a Gaza, sin dai tempi dei cananei, gli antichi abitanti della Palestina e nel corso dei secoli in un crocevia di popoli e di culture, di scambi commerciali e traffici di spezie preziose, che si realizzavano in questo anello di congiunzione fra Africa Asia ed Europa.

Bombardato e semidistrutto durante la seconda intifada, parzialmente ricostruito e rimbombardato durante il massacro israeliano nel gennaio 2009,  sigillato dall’assedio negli ultimi anni, il porto di Gaza è stato una finestra nel vuoto collimante col baratro delle speranze per il futuro dei palestinesi.

Qualcosa cambia oggi, con i preparativi per la cerimonia di benvenuto per la Freedom Flotilla. Grazie ai fondi investiti dall’ong turca HHI e lavorando sodo 24 ore su 24, si è riusciti a liberare il porto dalle sue macerie e a pavimentare le banchine. Il fondale è stato reso più profondo per ospitare la “Rachel Corrie SS” e le altre 4 navi cargo cariche di 10 mila tonnellate di cemento, ferro, attrezzature mediche e aiuti umanitari.

Pavimentato il porto, pavimentate le speranze: migliaia di palestinesi sono pronti a salpare con un centinaio di rudimentali imbarcazioni, tutta la flotta dei pescherecci della Striscia incontro alla Flottila, ridando senso all’esistenza di un porto da troppi anni ormai ridotto a simulacro di oppressione. Su una di questa barche ci saranno gli scout locali e una banda musicale, ed è previsto il lancio al cielo di 400 palloncini neri in ricordo dei bambini massacrati dalle bombe lo scorso anno. Striscioni e banner disposti un pò ovunque lungo il molo sono pronti ad accogliere i 700 “eroi” stranieri. Molti gli slogan dedicati ad Erdogan, il presidente turco che ha osato sfidare la prepotenza dell’oppressore israeliano.

Mani italiane e palestinesi imbrattate di pittura hanno dipinto un enorme “break the siege” sulla facciata di uno degli edifici più alti a ridosso del porto dove ha sede la cooperazione italiana. Un messaggio chiaramente visibile anche alle navi da guerra, quando si appresteranno ad assaltare le navi della Flotilla.

Per ragioni di sicurezza Hamas ha predisposto delle barricate attorno alla zona dello sbarco, ben consci che sarà impossibile frenare l’esplosione di entusiasmo della folla  festante verso i coraggiosi navigatori.

La stessa euforia ha contagiato i vertici del governo di Gaza, Ismail Haniyeh si è così espresso: “Israele che minaccia di impedire alla Freedom Flotilla di sbarcare a Gaza è un pirata sionista che viola le leggi internazionali. Siamo testimoni degli ultimi istanti di vita dell’assedio israeliano

Anche le maggiori organizzazioni per i diritti umani presenti lungo la Striscia  attendono con trepidazioni l’arrivo della navi. Amnesty International coglie l’occasione per sottolineare la “punizione collettiva contro la popolazione civile” e OXFAM richiede la revoca immediata dell’assedio. Anche John Ging, nelle sue vesti da direttore delll’UNRWA ha chiesto a gran voce alla comunità internazionale di  “concentrarsi sugli aiuti alla striscia di Gaza così come sulla flotta, inviando aiuti via mare, piuttosto che limitarsi a pubblicare dichiarazioni scritte su ciò che sarebbe necessario “.

Portavoci del governo di Tel Aviv hanno messo in dubbio l’esistenza di una emergenza umanitaria nella Striscia mostrando video nei quali appaiono ristoranti con tavole imbandite e negozi straripanti di prodotti.

Premesso che secondo dati dell’ONU a Gaza l’88% della popolazione sopravvive sotto la soglia di povertà e la disoccupazione riguarda più del 70% della forza lavoro,  e che quindi i beni di lusso, se esistono, sono destinati ad una ristretta elite, queste merci non filtrano certamente dai confini israeliani ed egiziani sigillati, ma dai tunnel di Rafah. Gli stessi tunnel che collassando ieri hanno causato la morte di 6 minatori palestinesi.

Yousef, uno di questi uomini-talpa che lavorano sottoterra al confine con l’Egitto per permettersi gli studi universitari, l’ho incontrato pochi giorni fa curiosare al porto:

Sbarchino o non sbarchino abbiamo comunque vinto. E’ chiaro a tutti che il mondo intero sta dietro le vele della  Flotilla e che  Israele è sempre più isolato e solo, arroccato nel suo regime razzista”.

Prima di questo:

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city