Striscia di Gaza: esistere è resistere

15/08/2010

Il mio racconto per Il Manifesto di sabato:

C’e’ un vento che in questa impietosa estate canicolare percuote i bantustans della West Bank e arriva fino al ghetto di Gaza, incuneandosi nei chiavistelli e sormontando le mura di questa immensa prigione.

Il movimento di resistenza popolare, civile e non violenta, protagonista delle lotte nei villaggi di Bil’in e Ni’ilin contro il muro israeliano, ha contaminato in questi ultimi mesi anche la Striscia. Da Jabalia a Rafah contadini, studenti e insegnanti, giovani e anziani riuniti in comitati popolari ogni settimana manifestano contro la “buffer zone”, quella porzione di terra fertile nei pressi del confine che Israele ha di fatto sequestrato sparando a chiunque si avvicini.

Marciando compatti dinnanzi ai soldati israeliani dai grilletti che prudono, inneggiando canti partigiani, i volti dei contadini palestinesi levigati dal sole e scavati dallo scalpellio della fatica potrebbero essere confusi con quelli immortalati nelle manifestazioni dei Sem Terra brasiliani, o degli Indios Zapatisti del Chapas.

Al culmine di queste proteste pacifiche, davanti ai contadini, decine di shebab, giovani che si fanno beffe della morte affranti da una vita sotto assedio che ha nulla da offrire, sciamano temerari al centro dei mirini dei cecchini verso la barriera di confine armati unicamente delle loro bandiere. Da fine febbraio ad oggi 8 ragazzi palestinesi sono stati gravemente feriti dai soldati durante le manifestazioni pacifiche e il 28 aprile nei pressi di Ash-Shaj’iya, a est di Gaza City, Ahmad Salem Deeb di 21 anni e’ stato ucciso.

Anche Bianca Zammit, attivista maltese dell’International Solidarity Movement, è stata centrata ad una gamba da un cecchino mentre filmava una dimostrazione. A fine giugno, il ministro degli esteri israeliano Avigdor Liberman, in visita a Malta per promuovere nuovi accordi commerciali, incalzato da un giornalista maltese sul ferimento della sua connazionale non ha fatto che ripetere come un mantra: “Mi dispiace, ci dispiace, perche’ e’ sempre un evento terribile quando dei civili sono feriti.

“Se Liberman è veramente dispiaciuto come dice, aspetto di vedere non solo la fine dell’assedio, ma anche le scuse per ogni civile morto o ferito accompagnate da una indagine indipendente per ogni caso”, la riposta di Bianca quando ancora era in convalescenza con un buco grosso come polpelmo sulla coscia.

Per chi da queste parti vive del frutto del seme gettato nella terra appena dissodata, la paura della fame non è solo legata all’ipotesi di un cattivo raccolto, ma dalla reale possibilita di trovarsi i campi seminati distrutti da tank e bulldozer.

Secondo un rapporto di Oxfam il 46% dei terreni coltivabili a Gaza sono stati distrutti o resi inacessibili dall’esercito israeliano.

Abu Taiama è uno dei tanti agricoltori palestinesi che rischiano la vita andando a coltivare i campi al confine, nel suo caso nei pressi di Khoza. Nonostante i forti rischi non diserta la sua lotta, la sua forma di resistenza all’oppressore israeliano: “La mia terra è la mia casa e se mi uccideranno mentre la coltivo, la mia terra sarà la mia tomba, non la lascerò mai”.

Jaber Abu Rjila vive nell’ultima casa dinnanzi al confine ad Al-Farheen, a est di Khan Younis, e il 18 maggio la sua fattoria è stata distrutta, gli animali da allevamento uccisi, i campi seminati devastati dai buldozer. E’ stata la seconda volta in tre anni, e sempre di maggio, come a fare dell’anniversario della nakba un macabro marchio onnipresente nella sua esistenza da profugo. Recuperati i pochi beni scampati alla distruzione, asciugate le lacrime della moglie, accumulati nuovi debiti, Jaber è ancora lì che non demorde a lavorare i suoi campi con la schiena piegata ad arco sotto l’enorme peso dell’ingiustizia. Quando vado a trovarlo e beviamo assieme del caffè nerissimo sotto i palmizi che fanno ombra alle rovine dei suoi averi, ogni volta mi si proietta innanzi l’incubo ad occhi aperti della sua fine: stritolato dalle possenti scavatrici israeliane mentre abbraccia l’unico albero d’ulivo ancora in piedi, come farebbe un padre con l’ultimo erede rimasto.

Non solo al confine ma anche in mare si svelano costanti indizi di resistenza civile. Secondo un rapporto della Croce Rossa, il 90% dei 4.000 pescatori di Gaza vive sotto la soglia di povertà, e nella loro battaglia per la sopravivvenza rischiano ogni di giorno di venire uccisi navigando oltre il limite delle tre miglia imposto dalla marina israelina. Ai vascelli con equipaggi di pescatori esclusivamente uomini si è aggiunta di recente una barchetta rosa: Madeleine Kulab, 16 anni, è la prima pescatrice che Gaza ricordi, ed è l’orgoglio del padre Mohammad, reso inabile alla pesca da una ferita alla gamba.

Come Madeliene, molte altre donne negli ultimi 4 anni hanno dovuto sostituire padri e mariti nei lavori più duri, perchè defunti, malati o inabilitati al lavoro. Aminah Abu Maghasib, 37 anni, fa parte di un crescente numero di donne che vanga in mano scava piccoli serbatoi d’acqua per le case di Gaza. Madre di sette figli, si è sobbarcata l’intera famiglia in quanto il marito è gravemente malato: “Le nostre condizioni di vita si sono aggravate durante l’assedio. E’ un lavoro duro ma sono disposta a tutto per garantire un futuro ai miei figli“.

Oltre le donne anche i bambini della Striscia, come eroe disneyani sono diventati campioni di resistenza.

A differenza dei loro coetanei israeliani, che vivono una spensierata estate di vacanze al mare, i bambini di Gaza sono resi schiavi di un padrone che si chiama fame, e li vedi ogni giorno spingere aratri nei campi, frugare nei cassonetti della monnezza in cerca di materiali di recupero, sopra carretti trainati da muli stracarichi di mattoni e pietre recuperati dagli edifici bombardati. O li puoi trovare agli incroci delle strade a vendere cianfrusaglia con sguardi da vecchi stanchi di sognare verdi cortili, campi di calcio e gelati. Stanchi di tutto.

Cosi qualche tempo fa si era espressa Jasmine Whitbread, Direttore Generale di Save the Children: “I bambini a Gaza hanno fame a causa dei notevoli impedimenti all’ingresso di cibo nell’area, e stanno morendo perché non possono lasciare Gaza per avere quelle cure mediche di cui hanno urgente bisogno. Centinaia di migliaia di bambini stanno crescendo senza avere un’istruzione decente perché gli edifici scolastici sono gravemente danneggiati e, a causa delle restrizioni nel passaggio e rifornimento di materiali edili, non possono essere ristrutturati. Sono i bambini che stanno pagando il prezzo più caro dell’assedio“.

Non stanno giocando a nascondino quando spariscono sottoterra nei tunnell di Rafah: col rischio di rimanere seppelliti vivi, sono la manodopera più adatta per trafficare le merci che altrimenti non arriverebbero mai sugli scaffali dei negozi di Gaza. Senza il sacrificio di questi adolescenti al lavoro sottoterra, i loro fratellini di 4 anni non saprebbero neanche che gusto ha il cioccolato e la marmellata.

Il mese sacro del Ramadan è appena cominciato, e in tutto il mondo un miliardo e mezzo di musulmani resistono al fame come forma di elevazione spirituale prima dell’iftar, la rottura rituale del digiuno al tramonto. A Gaza quel digiuno forzato e quella resistenza è più reale che rituale.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni dalla Striscia di Gaza

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