Se i palestinesi si sollevano all’unisono come gli egiziani per chiedere gli stessi diritti, cosa potrebbe fare Israele per fermarli? di Ali Abunimah

02/02/2011

L’altra sera dinnanzi alle immagini teletrasmesse dell’intifada d’Egitto ho visto questo in sogno: 6 milioni di arabi nella Palestina storica marciare all’unisono compatti e pacifici verso Gerusalemme a riprendersi i loro diritti umani violati da un Mubarak che parla l’ebraico.

Vik da Gaza city

Siamo nel bel mezzo di un terremoto politico nel mondo arabo e la terra non ha ancora smesso di tremare. Azzardare previsioni quando gli eventi sono così mutevoli è rischioso, ma non c’è dubbio che la rivolta in Egitto – comunque si concluderà – avrà un impatto radicale in tutta la regione e nella stessa Palestina.

Se il regime di Mubarak cadrà, e a sostituirlo ce ne sarà uno meno legato a Israele e agli Stati Uniti, per Israele sarà un grande smacco. Come ha commentato Aluf Benn sul quotidiano israeliano Haaretz, “La perdita di potere del governo del presidente egiziano Hosni Mubarak lascia Israele in uno stato di panico strategico. Senza Mubarak, Israele resta quasi senza amici in Medio Oriente; lo scorso anno, Israele si è giocata l’ alleanza con la Turchia ” (“Without Egypt, Israel will be left with no friends in Mideast“, 29 Gennaio 2011).

Infatti, osserva Benn, “A Israele sono rimasti due soli alleati strategici nella regione. La Giordania e l’Autorità palestinese”. Ma ciò che Benn non dice è che entrambi questi due “alleati” non sono immuni (dal dissenso – n.d.t.).

Nel corso delle ultime settimane sono stato a Doha per approfondire i Palestinian Papers pervenuti ad Al Jazeera. Questi documenti sottolineano la misura in cui la scissione tra l’ Autorità palestinese a Ramallah, spalleggiata dagli Statui Uniti e guidata da Mahmoud Abbas e Fatah, da un lato, e Hamas nella Striscia di Gaza, dall’altro – rappresentino null’altro che il risultato della decisione politica delle potenze della regione: Stati Uniti, Egitto e Israele. In questa decisione rientra a piè pari il rigoroso mantenimento del blocco di Gaza da parte dell’Egitto.

Se cadrà il regime di Mubarak , gli Stati Uniti perderanno l’enorme influenza sulla situazione in Palestina, Abbas e l’Autorità Palestinese perderebbero quindi uno dei loro principali alleati contro Hamas.
Già screditata dalla propria posizione di collaborazione e di resa esposte dai Palestinian Papers, l’Autorità Palestinese ne uscirebbe indebolita ulteriormente. Senza un plausibile “processo di pace” che giustifichi il suo continuo “coordinamento per la sicurezza” con Israele, o addirittura la sua stessa esistenza, si potrebbe già iniziare a fare il conto alla rovescia per assistere all’implosione dell’AP . Anche il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea alla repressiva polizia dell’Autorità Palestinese dello “stato in permanente via di realizzazione” potrebbe non essere più politicamente sostenibile. Hamas potrebbe trarne beneficio in un primo momento, ma non necessariamente nel lungo termine. Per la prima volta da anni stiamo assistendo a movimenti di grandi masse che, nonostante includano gruppi islamisti, non sono necessariamente dominate o controllate da loro.

Bisogna anche considerare l’effetto dimostrativo che le proteste hanno per i palestinesi: la durata dei regimi tunisino ed egiziano ha giocato sulla percezione che questi non fossero sovvertibili, così come sulla loro capacità di terrorizzare parte delle loro popolazioni e di cooptarne altre. La relativa facilità con cui tunisini si sono liberati del proprio dittatore, e la velocità con cui l’Egitto, e forse lo Yemen, sembrano andare per la stessa direzione, possono anche fungere da messaggio ai palestinesi che né Israele né le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese sono indomabili come sembrano. In effetti, la “deterrenza” di Israele già ha preso un duro colpo dalla sua incapacità di sconfiggere Hezbollah in Libano nel 2006, e per aver rafforzato Hamas a Gaza con gli attacchi dell’inverno 2008-09.

Per quanto riguarda la AP di Abbas, mai sono stati spesi così tanti soldi ricevuti da donazioni internazionali per una forza di sicurezza e con risultati così scarsi. Il segreto di Pulcinella è che senza l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e l’assedio a Gaza (con l’aiuto del regime di Mubarak), Abbas e la sua guardia pretoriana sarebbero caduti già da tempo. E’ improbabile che questo castello di carte palestinese rimanga in piedi ancora a lungo, costruito sulle fondamenta di un processo di pace fraudolento, da USA, UE, Israele e con il sostegno dei decrepiti regimi arabi che ora sono sotto la minaccia della loro stessa gente.

Questa volta il messaggio dovrebbe esser che la risposta non è nella resistenza militare, ma piuttosto nel potere della gente e nella maggiore attenzione alle proteste popolari. Oggi, i palestinesi rappresentano almeno la metà della popolazione nella Palestina storica – Israele, Cisgiordania e la Striscia di Gaza assieme. Se si sollevano all’unisono per chiedere gli stessi diritti, cosa potrebbe fare Israele per fermarli?Israele non ha mai smesso di dare dimostrazione di violenza brutale e forza letale nei villaggi della West Bank tra Bil’in e Beit Ommar.

Israele deve temere che, se rispondesse a qualsiasi sollevazione generale con brutalità, il suo già precario sostegno internazionale potrebbe iniziare ad evaporare più velocemente di quello di Mubarak. Il regime di Mubarak, a quanto pare, sta subendo una rapida “delegittimazione”. I leader israeliani hanno dimostrato che una tale implosione del sostegno internazionale li spaventa più di ogni minaccia militare esterna . Con lo slittare del potere verso la popolazione araba e lontano dai loro regimi, i governi arabi non possono permettersi di rimanere silenti e complici come hanno fatto per anni di fronte all’oppressione di Israele verso i palestinesi.

Come per la Giordania, il cambiamento è già in corso. Ho assistito a una protesta di migliaia di persone nel centro di Amman ieri. Queste proteste, ben organizzate e pacifiche, sollecitate da una coalizione di partiti islamici e dell’opposizione di sinistra, sono partite da settimane nelle città di tutto il paese. I manifestanti chiedono le dimissioni del governo del primo ministro Samir al-Rifai, lo scioglimento del parlamento eletto in quelle che sono state ampiamente riconosciute come elezioni fraudolente in novembre, nuove libere elezioni sulla base di leggi democratiche, giustizia economica, fine della corruzione e la cancellazione del trattato di pace con Israele. Ci sono state significative manifestazioni di solidarietà per il popolo egiziano.

Nessuno dei partiti che hanno aderito alla manifestazione auspica per la Giordania lo stesso tipo di sconvolgimenti di Tunisia e Egitto, e non c’è ragione di credere che tali sviluppi siano imminenti. Ma gli slogan che ho sentito durante le proteste sono senza precedenti per il loro coraggio e per la loro diretta sfida all’autorità. Qualsiasi governo sensibile ai desideri del popolo dovrà rivedere le sue relazioni con Israele e gli Stati Uniti.
Da oggi solo una cosa è certa: qualsiasi cosa succederà nella regione, la voce della gente non potrà più essere ignorata.

Link: Electronic Intifada

Ali Abunimah è co-fondatore di The Electronic Intifada, autore di One Country: A Bold Proposal to End the Israeli-Palestinian Impasse, e ed ha collaborato a The Goldstone Report: The Legacy of the Landmark Investigation of the Gaza Conflict (Nation Books).

Traduzione a cura di Rough Moleskin

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