Pescatori palestinesi sotto attacco

25/03/2010

(pic by Radmila Stojanovic)

Morire per un piatto di sardine o poco più è il rischio a cui vanno incontro, coscienti, i pescatori di Gaza quando mollano gli ormeggi per allontanarsi dalla riva.

Questa mattina Hazem Gora’ani, 26 anni, pescatore di Deir Al Balah, sud della Striscia, è stato portato all’ospedale Shifa Hospital con gravi ferite alla testa.

“E’ stata necessaria un’operazione urgente per fermare l’emorragia” ci ha spiegato il dottor Samir Kahlout del reparto terapia intensiva, “le condizioni di Hazem sono critiche e instabili”.

Nafiz, il fratello del pescatore ferito, ci ha raccontato l’accaduto: stavano pescando in acque palestinesi a meno di tre miglia dalla costa su due hassaka, (piccole imbarcazione di 4-7 metri di lunghezza) quando sono stati intercettati da una nave da guerra israeliana che ha tentato di rapirli.

In preda al panico i pescatori hanno cercato di navigare indietro verso la costa.
A quel punto i soldati israeliani hanno aperto il fuoco  ferendo gravemente Hazem.
Un giornalista palestinese, presente in ospedale, ci ha mostrato le foto dell’imbarcazione ridotta un colabrodo dai proiettili israeliani.

I pescatori di Gaza sono attaccati pressochè ogni giorno dalla marina di Tel Aviv, ma solo quando ci scappa il morto o un ferito grave il loro dramma ottiene l’onore della cronaca: solo due settimane fa due hassakas sono state rubate e i pescatori rapiti condotti ad Ahskelon, il porto israeliano più vicino.
Come drammatica routine, i pescatori sono stati rilasciati dopo un fallito tentativo di conversione in spie, mentre le loro imbarcazioni sono state distrutte.

Ban Ki-moon qualche giorno fa è venuto a farci visita, per due ore soltanto.
“Visite con l’elastico”, come le definisco io: colazione e pranzo in Israele, in mezzo una sgambata sulle macerie di Gaza a respirare l’aria malsana satura di metalli e uranio impoverito, prima di rimbalzare indietro da dove si è giunti.
Il segretario delle Nazioni Unite è corso a patrocinare un progetto dell’Unrwa a Khan Younis riguardante 150 unità abitative, nulla in confronto alle 2.200 unità abitative in attesa di essere costruite e tutt’oggi ferme per via del blocco israeliano dei materiali edili.

Come nulla Ban Ki-moon ha denunciato delle disastrose conseguenze di più di tre anni di assedio, e non mi riferisco solo alle migliaia di edifici in attesa di essere ricostruiti e conseguentemente ai profughi che vivono ancora sotto le tende.
Non un cenno è stato fatto ai pescatori quotidianamente attaccati, ai contadini che hanno perso buona parte dei campi coltivati durante il massacro e a quelli che ogni giorno sono bersagliati dai cecchini lavorando la terra al confine.

Nulla dei feriti permanentemente, dei mutilati. Della disoccuppazione che qui ormai sorpassa ampiamente il 70% della forza lavoro e della patologica mancanza di elettricità, di carburante, di medicine, di cure adeguate per i malati, (fra questi ultimi, già oltre 500 i deceduti perchè non curabili negli ospedali della Striscia).

Ultima nota colorita del viaggio mediorientale del segretario dell’ONU è stata recarsi in visita ai genitori dell’unico prigioniero israeliano in mano ai palestinesi: Gilad Shalit.

Quando si dice due pesi e due misure, Ban Ki-moon non si è degnato di stringere la mano nemmeno ad uno solo dei parenti degli 11.000 prigionieri politici palestinesi sepolti vivi nelle prigioni israeliane.


Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza city