Ordinari massacri nella Gaza sotto assedio: gli orfani di Nema

17/07/2010

Il mio pezzo per PEACEREPORTER di ieri:

Gli Abu Said sono beduini, e da quarant’anni vivono dei frutti della loro terra in una fattoria isolata nei pressi di Johr el-Diek, davanti al confine a Est di Gaza City, e per quarant’anni dichiarano di non avere avuto grossi problemi con il bellicoso vicinato israeliano. In realtà, approfondendo il discorso con il capofamiglia, dopo la prima intifada, la seconda intifada e l’inizio dell’assedio, sotto la minaccia delle armi hanno dovuto progressivamente arretrare di molto le loro coltivazioni, se vent’anni fa aravano a ridosso al confine ora sono retrocessi di 400 metri, con perdite rilevanti: dei bei frutteti che una volta prosperavano carichi di frutta non sono rimasti neanche le radici.

Nonostante la posizione sfavorevole  Piombo Fuso non ha macinato vittime nella famiglia Abu Said. Il massacro si è tuttavia perpetrato 2 giorni fa.

E’ martedì sera, sono circa le ore 20:45, alcune donne stanno prendendo il fresco nel cortile dinnanzi a casa, quando odono un colpo sordo seguito subito dopo da un’altro e da un forte ronzio, come di una migliaia di insetti sparati a tutta forza contro di loro. Lo sciame di api metalliche inizia a infierire sulla facciata dell’abitazione, riducendola presto un colabrodo, poi con il loro pungiglione di acciaio attaccano fameliche la carne delle beduine.

Senza nessuna ragione per giustificare un attacco, un carro armato israeliano ha sparato due colpi di artiglieria: Amira Jaber Abu Said, 30 anni,  è colpita e ferita alla spalla da schegge di esplosivo e frecce di acciaio, mentre la cognata ventiseienne Sanaa Ahmed Abu Said perde sangue da un piede. Si rifugiano in preda al panico all’interno dell’abitazione e chiamano un’ambulanza, mentre dalla torretta militare sotto la quale staziona il blindato israeliano, una mitragliatrice spara verso di loro ininterrottamente per dieci minuti.

Le ambulanze raggiungono la zona dopo un quarto d’ora, ma sono costrette a tornare indietro: le Forze di Occupazione Israeliana non concedono loro il coordinamento per passare e minacciano di fare fuoco anche contro i paramedici.

Dopo circa un’ora di apparente quiete, Nema Abu Said, trentatreenne madre di cinque bambini, si accorge disperata che il suo figlio più piccolo Nader, dorme ancora all’esterno della casa inconsapevole del pericolo che sta correndo. Si getta fuori per raccoglierlo, quando si ode un altro corpo sordo e l’ennesimo sciame di frecce assassine la colpisce. Nema muore all’istante. Suo cognato, Jaber Abu Said, 65 anni, è ferito dalle schegge del proiettile alla coscia destra.

La famiglia ha continuato a chiamare i soccorsi invano: un’ambulanza della mezza luna rossa ottiene il permesso israeliano per arrivare sul posto solo dopo due ore, e raccoglie 3 feriti e una donna ormai cadavere.

Al termine dell’operazione militare “Piombo Fuso”, che a ha causato più di 1400 vittime, la stragrande maggioranza civili, fra i quali 300 bambini, Amnesty International ha documentato i tipi di armi utilizzate dalle forze di occupazione israeliane contro la popolazione di Gaza.

Fra queste le freccette, che sono piccoli dardi metallici dalla punta acuminata, lunghi 4 cm e provvisti di 4 alette nella parte posteriore, con cui vengono caricati i proiettili da 120 mm dei carri armati. Quando il proiettile esplode in aria, a 30 metri dal suolo, disperde uno sciame di 5mila-8mila freccette in un raggio conico, investendo un’area larga 300 m e lunga 100.

Utilizzate e poi bandite dall’esercito statunitense in Vietnam, essendo un’arma antipersona, l’uso delle freccette dovrebbe essere vietato in aeree abitate. Dal 2001 a oggi, a Gaza come in Libano Israele non lesina il suo illegale utilizzo.

Il 5 gennaio 2009 a Beit Hanoun,  Nord della Striscia, numerosi proiettili carichi di freccette furono sparati sulla strada principale, uccidendo due civili: Wafa’ Nabil Abu Jarad,  giovane madre di 21 anni incinta di due gemelli, e il sedicenne Islam Jaber Abd-al-Dayem,  colpito da una freccetta al collo. Un anno prima, il 16 aprile 2008 fu ucciso dalle freccette il giovane cameraman della Reuters Fadel Shana; sempre a Johr el-Diek, a poche centinaia di metri dalla fattoria della famiglia Abu Said.

Nel 2003 l’Alta Corte Israeliana ha respinto una petizione presentata da due gruppi per i diritti umani che chiedevano di mettere al bando l’uso delle freccette a Gaza.

Secondo uno dei propositori della petizione, ilPhysicians for Human Rights  associazione medica USA premio nobel per la pace nel 1997,  le freccettesono armi a vocazione terroristica, congegnate non solo per uccidere, ma per provocare ferite e disabilità permanenti.

Volgendo le spalle al confine, alle torrette militari, ai radar e al reticolato di filo spinato, abbiamo lasciato Jaber e il resto della famiglia Abu Said che continuano a vivere nella stessa fattoria. Per l’orgoglio di voler morire sulla loro terra e perché non hanno altri luoghi dove rifugiare.

Per tutto il tempo della nostra visita di condoglianze il piccolo Nader ci chiedeva se sapevamo dove fosse la sua mamma. Nessuno dei familiari ha ancora trovato le parole adatte per spiegare a questa innocente creatura l’aberrazione di un altro massacro.

Ma queste parole realmente esistono?

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni

Altre foto dal massacro, clicca per ingrandirle: