Nella Striscia di Gaza, dove il Ramadan dura 365 giorni all’anno

16/09/2009

Il mio articolo per Il Manifesto di domenica:

Il mio paffuto vicino di casa, Abu Ghalium, si compiace di aver già perso 4 chili dopo circa 20 giorni di Ramadan.

Beato lui, mi sono detto, che potrà recuperarli facilmente dopo il mese di digiuno, facendo parte di quella elite di privilegiati palestinesi che non soffrono più di tanto l’occupazione, ma anzi si rimpinguano le tasche offrendo appartamenti in affitto e servizi alla cooperazione internazionale.

In realtà, qui a Gaza nulla è più snervante, avvilente e smagrente dell’assedio israeliano.

E perdendosi nell’arnia appiccicosa di umanità nei pidocchiosi vicoli dei campi profughi, dove passi appena se sei sovrappeso, dove il sole batte impietoso facendo evaporare ogni miraggio di oasi di pace, e le mosche battono in ritirata stanche di poggiarsi sopra tanta misera; nelle tendopoli su a nord, ad Abed Rabbo, dove interi nuclei famigliari sono rimasti a vivere sotto le macerie delle case bombardate, che stanno su contro ogni legge gravitazionale, il digiuno non è precetto religioso ne tantomeno un costume tradizionale, ma un rituale imposto.

Dove l’acqua potabile te la portano con le autocisterne, se ne avanza, ti pare quasi di udire sguazzare la ricca borghesia israeliana quando per sconfiggere l’afa si mette a mollo nelle piscine di ville non troppo distanti dal reticolo di filo spinato.

Simultaneamente nelle scuole dove gli stomachi sono vuoti anche le menti sono messe a dieta: quest’anno Israele ha deciso di non far pervenire qui a Gaza i libri di testo per le scuole elementari.

Girando per i mercati popolari, le bancarelle straripano di merce proveniente dal mercato nero dei tunnel al confine con l’Egitto, ma stentano a trovare acquirenti per la crescente indigenza degli abitanti della Striscia.

Il prezzo delle verdure ha avuto un rincaro del 60% rispetto a tre anni fa, prima dell’inizio dell’assedio imposto da Israele, mentre quello della carne è addirittura triplicato, sempre per via dell’embargo.

Secondo un recente rapporto dell’Onu la povertà a Gaza è degenerata a livelli mai raggiunti da quando Israele occupò la regione, nel 1967, tanto da affliggere il 90% della popolazione.

All’Iftaar, il pasto che al tramonto interrompe il digiuno, non tutte le tavole sono imbandite a dovere, e molte sedie rimangono vuote per l’assenza di quei commensali che cenavano fino al Ramadan scorso. Le 1.600 vittime spazzate via dai bombardamenti di gennaio e le vittime di ogni giorno.
Come Mas’oud, con fisso l’occhio sulla flebo attaccata al braccio che non gli permette di digiunare come avrebbe voluto, e il pensiero indelebile che non si smuove da quel pomeriggio del 24 agosto quando un cecchino israeliano ha ferito lui e fatto fuori il suo amico Said; entrambi al lavoro nei campi a nord della Striscia a raccogliere orzo e mais per circa 4 euro al giorno. Altro davvero non potevano fare, in una Gaza che non ha altri impieghi da offrire dopo che il 95% delle fabbriche sono state costrette a chiudere per via dei valichi di confine sigillati.

In mare questa carestia imposta dall’oblio della comunità internazionale si fa notare di più.

Ai lunghi indici critici puntati verso coloro che hanno l’audacia di definire pirati i marines israeliani, consiglio di spulciare un qualsiasi dizionario e leggersi cosa è riportato sotto il lemma “pirateria”: “delitto che consiste nel compiere atti predatori a danno di una nave di qualunque nazionalità o del suo carico, o nell’esercitare violenza sulle persone imbarcate”.

Ovvero la routine qui a Gaza. Sebbene le leggi internazionali riconoscano sino a venti miglia dalla costa acque a sovranità palestinese, attualmente la marina israeliana permette ai natanti di navigare non oltre le due miglia.

Reiterati sono gli attacchi delle navi da guerra ai rudimentali vascelli palestinesi.

L’ultimo assalto è stato ai danni del peschereccio di Abu Adham, lunedì 31 agosto, centrato da un colpo di mortaio mentre si trovava a un chilometro dalla costa di Sudania, Sud della Striscia.

I pescatori si sono tratti in salvo gettandosi in acqua mentre un incendio si sviluppava a bordo.

Sono sceso al porto, giusto in tempo per assistere alla scena del peschereccio ormai ridotto un tizzone ardente che veniva trainato a riva da altre piccole imbarcazioni. Incenerito il peschereccio, in cenere anche la possibilità di sussistenza per quei 18 pescatori che a turno ci lavoravano sopra. I pirati israeliani si sono accaniti, nel corso degli ultimi mesi, contro Abu Adham e il suo equipaggio, attaccandoli ripetutamente.

Nel novembre dell’anno scorso quando fui rapito al largo di Rafah insieme ad altri 2 attivisti dell’International Solidarity Movement e una quindicina di palestinesi, uno dei tre pescherecci sequestrati dalla marina israeliana fu proprio quello di Abu Adham. Dopo una settimana di prigionia attivisti e pescatori fummo rilasciati, i pescherecci restituiti, parzialmente danneggiati, senza nessuna pendenza formale a nostro carico da parte d’Israele. Evidentemente in quell’occasione nessun giudice si era voluto far complice di un esercito che per terra, per aria e per mare si considera e agisce legibus soluta, al di sopra di ogni legge.

Chi mastica di giurisprudenza sui diritti umani la definisce “punizione collettiva”.

Pane al pane, secondo Nadi Al-Attar i soldati israeliani che hanno ucciso suo figlio Moahmmed sono semplicemente dei “terroristi”.

Per una famiglia così povera da non possedere neanche due assi di legno da utilizzare come bagnarola per allontanarsi dalla costa la pesca ha un sapore antico. Si limitano ad andare a nuoto a qualche metro dalla riva, gettare la ragnatela delle loro reti ed aspettare che un branco di sardine rimanga impigliata dentro.

Il 27 agosto Mohammed è uscito all’alba baciando sulle labbra la moglie, e sulle guance la madre, e prima del tramonto stava già sotto due metri di terra. Decapitato da un colpo di cannone mentre a bracciate trascinava la sua rete di poco al largo. Sono andato a porgere le condoglianze alla famiglia e il padre Nadi non ha lesinato nell’aprire il libro dei ricordi. O per meglio dire dei lutti. Saied, un altro suo figlio, impiegato presso il ministero dello sport e della gioventù, è stato falciato nel 2006 da un cecchino israeliano a qualche centinaio di metri dal confine e sempre lo stesso anno Nadi racconta che anche la moglie Khyria è morta,  uccisa insieme al nipote Habib mentre lavorano nei campi a Beit Hanoun, Nord della Striscia.

Forse è per questo, per evitare ulteriori stragi d’innocenti che i bulldozer israeliani hanno spianato i loro appezzamenti coltivati in gennaio durante il massacro.

Prima di congedarmi, sono stato raggiunto per un saluto dal terzogenito di Nadi, Raed, claudicante, reso invalido da un proiettile mentre pescava nello stesso stile primitivo di Mohammed. Ora toccherà al padre a 59 anni suonati, prendere il posto del figlio morto ammazzato in riva al mare e far sì che a casa Al-Attar il Ramadan non duri 365 giorni l’anno, in un perdurante digiuno senza assoluzione dai peccati, incurante dei rischi e consapevole del fatto di non aver più nulla da perdere.

Restamo Umani.

Vittorio Arrigoni in Gaza

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