Israele+Gaza+Freedom+Flotilla+attivisti

02/06/2010

Oggi al Diane Rehm show, un popolare talk show di una radio statunitente, Michael Oren, ambasciatore israeliano negli USA ha dichiarato che la Mavi Marmara era “troppo grande per essere fermata con mezzi non violenti”. Queste sono state le sue precise parole.

“too large to stop with nonviolent means”.

Tutto ciò significa una sola cosa, che l’attacco alle navi della Freedom Flotilla, e l’uccisione di 9-20 civili, era PREMEDITATO.

ps. Il mio pezzo per Il Manifesto di ieri:

Lo specchio di mare dinnanzi a Gaza che avrebbe dovuto riflettere speranza per un popolo assediato, oggi si è risvegliato listato a lutto nell’assistere scivolare verso il porto non le barche della Freedom Flotilla, ma le sue bare.

Qualche giorno fa su un quotidiano israeliano un ufficiale israeliano spiegava come per bloccare la missione umanitaria e impadronirsi delle navi sarebbero stati impiegati corpi speciali, addestrati in modo tale da limitare il numero di feriti in caso di resistenza dei naviganti. L’ufficiale ha rispettato la parola data, al momento ci sono più morti che feriti.

In una mail, Adam, attivista di Tel Aviv, mi ha spiegato di quanta reputazione godano all’interno della società israeliana i Commandos Navali, “le Elite delle Elites, il Meglio del Meglio. Solo uno su cento riesce a concludere l’estenuante corso di addestramento e guadagnarsi notorietà e appeal sulle ragazze.  L’aspirazione di molti adolescenti e anche di Adam a quei tempi.

Spesso però a reputazione non corrisponde realtà. Ho avuto a che fare con i famosi Commandos nel novembre 2008 quando a bordo di un peschereccio palestinese fummo assaltati al largo di Rafah. Nonostante fossi disarmato e in bermuda, il marine prima di spararmi con una Taser tremava come foglia. Così non certo audaci si presentavano i commandos a fine giugno del 2009 assalendo la “Spirit of Humanity”. “Soffrivano il mal di mare e hanno iniziato a vomitarsi addosso nelle maschere, se non era per il nostro Capitano e il primo ufficiale sarebbero caduti in acqua”, nel racconto di Greta a bordo della nave durante quell’assalto.

Israele è un paese che ha intriso nel suo dna la paura, perché allevato a covare il terrore. E quando un soldato ha paura della sua ombra, spara a qualsiasi cosa gli si muove incontro, specie se viene insegnato essere etnicamente impura.

Uccidendo a sangue freddo quegli attivisti, Israele ha gettato in mare molte speranze per un popolo abituato all’oppressione, e contemporaneamente si è ancora più arroccato nel suo status di stato criminale.

Mentre a Ramallah Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Palestinese, ha dichiarato 3 giorni di lutto nazionale, qui a Gaza si sono alternate manifestazione organizzate dalle varie fazioni lungo tutta la Striscia.

Al termine di una di queste, Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas, ha così dichiarato: “consideriamo l’attacco israeliano alla Freedom Flotilla un enorme crimine e una flagrante violazione delle leggi internazionali. Nonostante le gravi perdite fra i passeggeri delle navi riteniamo che il loro messaggio sia stato consegnato. Ringraziamo questi eroi venuti da lontano che hanno manifestato la loro solidarietà con Gaza, l’assedio israeliano oggi è un problema internazionale e riteniamo che gli occupanti, attraverso questo crimine, oggi sono quelli realmente sotto assedio “.

Le manifestazioni più nutrite ed emotivamente partecipate si sono venute a creare però spontaneamente. Centinaia di uomini dai volti intrisi di rabbia e di una infinita tristezza  hanno marciato compatti per tutto il giorno dal porto incustodito fino alla sede delle Nazioni Unite.

E hanno gridato forte “Fermate Israele”.  E hanno chiesto altrettanto intensamente di farla finita con l’assedio e l’impunità dei massacri di civili.

Ho visto in quei volti provati dalla sofferenza un dolore sconosciuto, la perdita di un fratello mai conosciuto.

Ahmed, pescatore: “Questi martiri venuti dall’occidente sono morti per la nostra libertà, mentre i nostri fratelli arabi si sono dimenticati che esiste una prigione di nome Gaza. Vorrei incontrare i familiari dei defunti e piangere con loro”.

Munir, taxista: “dopo Deir Yassir e il massacro dell’anno passato, questa è un’altra pagina indelebile nella storia del terrorismo di stato d’Israele.

La missione della Freedom Flotilla non è finita. Altre due imbarcazioni del Free Gaza Movement, in ritardo sui tempi dal resto della flotta a causa di guasti tecnici, stanno navigando proprio in queste ore nel mediterraneo.

A bordo della nave cargo Rachel Corrie ci sono il premio Nobel per la Pace Mairead Macguire e Hedy Epstein, ebrea ottantacinquenne sopravvissuta all’olocausto.

Il capitano irlandese Dereck mi ha dichiarato che sono tutti a conoscenza del massacro di ieri e consapevoli che un’altra strage di innocenti potrebbe compiersi approssimandosi alle coste di Gaza, ma vanno avanti.

Come Rachel Corrie si trovò ad un varco fra una vita di soprusi e la difesa dei diritti umani a costo della morte, e scelse per una empatia fatale, i miei amici vanno incontro ad una probabile fine, certi di avere intrapreso la rotta giusta.

Che tutto il mondo possa soffiare nelle loro vele.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni, Gaza city