Ilan Pappè e Tariw Shadid sul massacro della Freedom Flotilla

17/06/2010

2 pregevoli penne, una palestinese e l’altra israeliana, ci illuminano sulla vicenda del massacro della Freedom Flotilla.

Bagno di sangue della Freedom Flotilla: ma a nessuno piace un pazzo

Di Tariw Shadid (tradotto dall’inglese da Daniela Filippin)

Ancora una volta lo stato d’Israele è riuscito a lasciare la sua impronta di sangue nella storia. Non è la prima volta che l’entità sionista compie una strage di civili, e non è nemmeno una novità che conduca degli attacchi nei confronti di persone arrivate a portare aiuti ai derelitti e disperati. Rifugiandosi comodamente dietro alla cortina di fumo creata dai media ufficiali del mondo occidentale, la pratica dell’esercito israeliano è stata per lungo tempo quella di sparare ad ambulanze, medici, paramedici, giornalisti, manifestanti, e altri civili disarmati, comprese donne e bambini dentro le loro stesse case, con mortale brutalità.

Ad ogni modo, il bagno di sangue della Freedom Flotilla sarà ricordato nella storia mondiale come una giornata nera da chiunque dia un minimo di valore all’impegno umanitario. In questo caso, le vittime non erano palestinesi ma membri della comunità internazionale. Gli occhi dei media mondiali erano sin dall’inizio puntati su ciò che quelle navi avrebbero subìto, dopo aver salpato verso l’assediata Gaza, con la sua popolazione ridotta alla fame per il blocco.

Politicamente, il governo turco aveva avvertito che non avrebbe accettato un eventuale attacco di Israele contro la flottiglia con mezzi sproporzionati. Ciò nonostante, nulla ha potuto impedire a Israele di utilizzare una forza bruta quanto arbitraria contro civili inermi in acque internazionali. In alcuni passaggi di un’intervista rilasciata dopo la carneficina della flottiglia, il noto Norman Finkelstein, figlio di sopravvissuti all’Olocausto, ha avuto piena ragione nel definire Israele come uno stato “impazzito” (“lunatic state”).


Sgomento e rabbia

Con lo stupore di molti, soprattutto di coloro che ancora non conoscevano la reale natura violenta dell’entità sionista, il 31 maggio i commando israeliani hanno attaccato la nave turca Mavi Marmara, che trasportava il grosso dei volontari umanitari presenti nella flotta, compiendo un massacro inconcepibilmente cinico e crudele. Hanno assassinato almeno nove volontari inermi, ferendone a dozzine – si dice – mentre questi passeggeri sventolavano delle bandiere bianche.

Per molti occidentali, vittime di un lavaggio del cervello affinché credano che lo stato sionista sia un cosiddetto faro di civiltà, un’isola di modernità in un mare arabo di supposta arretratezza, lo shock consiste principalmente nello scoprire che un’aggressione tanto primitiva e insensata semplicemente non pare corrispondere all’immagine che si erano fatti di Israele. Apparentemente, l’inconcepibile crudeltà applicata contro i palestinesi a Gaza durante il massacro del 2008-9, famigerato per il letale fosforo bianco caduto a pioggia in aree densamente popolate e condannato con decisione dal rapporto Goldstone, fino ad ora ha fallito nell’intento di rendere il pubblico consapevole del reale livello di sete di sangue dei sionisti. Le masse del mondo occidentale sembrano essere state completamente abituate ad accettare il sistematico assassinio di palestinesi da parte degli israeliani come una “tragedia senza fine”, alla quale sperano che “ci sia una soluzione”, oppure arrivando persino a incolpare di tutto ciò i palestinesi stessi.

Tuttavia, per i palestinesi, in questo freddo e premeditato comportamento omicida israeliano non vi è nulla di nuovo. Per ben sei decenni hanno provato sulla propria pelle come la follia ideologica dei sionisti li spinga ad agire quando hanno in mano un’arma e si trovano di fronte ad un civile inerme. La lista di esempi di simili comportamenti grondanti sangue è ormai diventata talmente lunga, che nessun palestinese si fa illusioni che la situazione possa cambiare in fretta. Si può affermare che Israele è disposto e pronto ad assassinare chiunque, e lo fa ovunque reputi che sia necessario. Apparentemente, ora lo fa anche senza badare a chi sta guardando. Se è vero che Israele investe somme spaventose per la propria propaganda e la costruzione della propria immagine, è ormai altrettanto vero che coltiva l’arrogantissima nozione di potersi permettere di accusare grandi perdite in questi campi senza pagare (almeno in proporzione) in termini d’influenza politica mondiale.

Percezione di sé distorta

Evidentemente, per il fatto di essersi dilettati in questo genere di attività per tanti anni di fila senza aver mai sofferto una significativa reazione di opposizione politica sulla scena internazionale, lo stato belligerante d’Israele è arrivato a soffrire di una percezione di sé fortemente distorta.

Chiaramente, esso considera le leggi internazionali come un insieme di regole che esistono per controllare soltanto il comportamento delle altre nazioni, mentre i trattati internazionali sarebbero inutili accordi che in maniera arbitraria pongono un freno alla propria sfacciataggine negli affari internazionali (incluso l’uso del nucleare). La trasparenza politica, poi, considerano viene considerata come uno caratteristica degli sciocchi. In cinica contraddizione con tutto questo, ciò nonostante Israele conta sulla medesima comunità internazionale per il suo presunto “diritto di esistere”, nonostante la sua natura di stato colonialista ed espansionista, con confini ancora indefiniti.

Israele è consapevole che da un punto di vista psicologico ha una tale presa sulle popolazioni delle nazioni potenti del mondo che la gente sembra stata condizionata a non chiedersi più nemmeno perché Israele sia esentata dal rispettare le leggi. Contemporaneamente, in una sorta di automatismo, le popolazioni del mondo mormorano fra di loro: “Già, è il senso di colpa dall’Olocausto”. Israele ripone una fede cieca in questo meccanismo, e in apparenza inizia a credere nelle proprie bugie.

Ad un livello politico più elevato – e quindi ad un livello di maggiore informazione – questo atteggiamento da servi è più una sorta di recita Hollywoodiana che una posizione realmente sincera da parte dei politici occidentali. In effetti, molti di loro sono piuttosto stanchi di subire costantemente la prepotenza di Israele e della lobby ebraica. Ai politici del mondo è stato ”insegnato” che tutto il proprio personale potere politico e le proprie finanze dipendono dall’apparire e dall’agire in maniera palesemente pro-israeliana. Per molti di loro, anche azzardarsi ad attribuire la colpa a entrambe le parti, anche quando Israele è evidentemente colpevole, li fa sentire come se rischiassero un tradimento dei loro stessi portafogli, e delle proprie carriere politiche. La stessa cosa, purtroppo, vale per molti di quelli che lavorano nei media occidentali, nonostante la supposta lealtà ai principi universali del giornalismo.

Altre nove Rachel Corrie

Ciò nonostante, ecco cosa fa spiccare il bagno di sangue della Freedom Flotilla sugli altri crimini commessi negli anni da Israele: stavolta sono stati messi di fronte a una condanna unanime e hanno costretto anche alcuni dei governi più cauti del mondo a dar voce al proprio dissenso e alla propria costernazione. Alcuni paesi, noti per il loro cieco sostegno allo stato sionista, si sono fatti notare più di altri per aver assolto l’indifendibile, come gli Stati Uniti e i Paesi Bassi durante le sedute del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU del 2 giugno, trovandosi poi uniti solo con l’Italia di Berlusconi, ma altrimenti isolati dalla voce della comunità mondiale.

A giudicare dai principi della legge internazionale, Israele è sempre stata molto difficile da difendere, ma l’attuale situazione mette a dura prova anche i più subdoli falsificatori della storia, costringendoli a inventare qualcosa per salvare la propria credibilità – anche nei confronti di quelli che hanno subito più lavaggi del cervello. Perché 9 civili appartenenti alla comunità internazionale, compreso il 19enne americano Furkan Dogan, che stavano portando cibo e materiale di costruzione ad una popolazione affamata, dovevano morire? Furkan è stato colpito ben 5 volte, con 4 colpi alla testa, suggerendo fortemente che i morti della flottiglia siano stati uccisi a sangue freddo. Chi può credere nella benevolenza di Israele ora?

Nonostante l’aver dovuto sostenere pressioni da molti anni per l’assassinio nel 2003 di Rachel Corrie, la giovane americana che aveva cercato di impedire la distruzione di una casa palestinese, venendo brutalmente schiacciata a morte da un bulldozer dell’esercito israeliano, il governo Netanyahu continua stupidamente e vilmente ad aggiungere altre 9 Rachel Corrie alla lista di martiri internazionali per la Palestina.

Erosione del sostegno per Israele

I disperati tentativi di Israele di cancellare i propri crimini, compreso il blackout mediatico e la falsificazione dell’informazione, hanno soltanto aumentato la sempre più diffusa e crescente sfiducia verso Israele stessa. Un ottimo esempio della disinformazione è rappresentato dall’istanza con cui lo stato sionista ha accusato la Freedom Flotilla di avere legami con Al Qaeda, un’affermazione senza fondamento che è stata poi ritirata dallo stesso governo israeliano, poco dopo essere stata emessa.

Israele sottovaluta sistematicamente i danni che questi eventi possono infliggere sulla stessa macchina della propaganda, e alla propria reputazione internazionale. Sottovaluta artisti come Elvis Costello, Carlos Santana e Gil Scott-Heron, che hanno cancellato i propri concerti in Israele, come segnali di un boicottaggio completo sui piani economici, artistici e accademici, boicottaggi che stanno facendo sempre più chiasso.

A livello politico, il prezzo che Israele sta pagando per la sua folle aggressione è abbastanza tangibile. La Turchia ha reagito con rabbia fulminante, richiamando il proprio ambasciatore e con le parole di Erdogan, mostrando una durezza senza precedenti nei confronti dello stato sionista. Il Nicaragua ha sospeso ogni legame diplomatico con Israele. Almeno 17 paesi, compresa la Svezia, hanno richiamato i propri ambasciatori pretendendo delle spiegazioni. Ma il vero prezzo che Israele sta pagando non è politico.

In politica, tutto dipende dal denaro e dai comuni interessi e patti dei coinvolti. Questi legami e accordi sono quasi sempre valorizzati dai politici molto più dei principi, delle leggi e della morale. Tuttavia, il modo di ragionare delle masse raramente si basa su linee guida tanto opportunistiche, tendendo invece a seguire le emozioni che spaziano dalla paura alla solidarietà umana. Questo fenomeno può essere la base dello sfruttamento delle masse da parte della politica, ma al tempo stesso può rivoltarsi contro di essa.

L’amore non si compra

Per qualsiasi potenza che imponga il proprio volere con la forza, è sempre importante  capire che qualsiasi espressione di sostegno è effimera e scaturisce dall’opportunismo e dal bisogno di sopravvivenza. Israele deve quindi rendersi conto che imporre la propria infinita prepotenza sulla comunità internazionale non è un sistema che può essere mantenuto senza limiti, almeno non senza un suo prezzo. Anche se alle persone in occidente è stato insegnato, quasi fosse alla base delle proprie filosofie di vita, che devono rispettare e apprezzare Israele come se il loro stesso benessere ne giovasse, il vero e sentito sostegno per Israele si sta erodendo molto in fretta.

L’erosione del consenso procede mano nella mano con quella che è la scoperta della vera natura dello stato sionista, che al suo interno incarna sia il razzismo che la violenza calcolata contro i civili. Queste sono caratteristiche abbastanza visibili per chiunque faccia uno sforzo per notare l’immensa oppressione, violenza e discriminazione che Israele opera quotidianamente sui palestinesi.

Il potere politico, economico e militare può forse essere imposto alla gente, anche su un’intera comunità internazionale. Ma una delle leggi della natura dice che l’amore o la vera affinità non possono essere imposte a nessuno: possono solo essere conquistate. In questo senso, Israele attraverso gli anni non si è guadagnato nulla, ma potrebbe ben essere lo stato con il più grande debito di tutti. Potrebbe reggersi tutto sulla politica, ma nessuno ama un folle.

IN ENGLISH HERE:

http://palestinethinktank.com/2010/06/04/tariq-shadid-freedom-flotilla-bloodbath-no-one-loves-a-lunatic/

Il declino della reputazione israeliana

Di Ilan Pappè (traduzione di Virginia Fiume)

Ehud Barak e Benjamin Netanyahu sono due delle figure di maggiori spicco nel sistema politico e militare israeliano. Ci sono loro due dietro al tremendo attacco alla “flottilla” che ha scioccato il mondo ma che sembra essere considerato da tutta l’opinione pubblica come un semplice atto di legittima difesa.
Sebbene nello scenario politico israeliano siano uno di sinistra (Barak, il ministro della Difesa, è laburista) e uno di destra (il Primo Ministro Netanyahu è membro del Likud), entrambi hanno in comune la stessa visione di Gaza in generale e della vicenda della “flottilla” in particolare.
Un tempo Ehud Barak era il comandante di Netanyahu nell’equivalente israeliano della Special Air Service britannica (SAS- un corpo speciale militare inglese http://it.wikipedia.org/wiki/Special_Air_Service)

Per dirla più chiaramente hanno servito nell’esercito in un’unità simile a quella che ha assaltato la nave turca la scorsa settimana. La loro percezione della realtà della Striscia di Gaza è condivisa con molte altre personalità militari e politiche in Israele, e ampiamente sostenuta dall’elettorato ebraico israeliano.
Bisogna farsene una ragione. Sebbene Hamas sia l’unico governo nel mondo arabo eletto democraticamente dal suo popolo, deve essere eliminato sia politicamente che militarmente. La ragione sta non solo nel fatto che questo movimento-partito continua la lotta contro l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania che dura da quarant’anni lanciando missili rudimentali in Israele – che non sono frequenti quanto le rappresaglie israeliane che uccidono gli attivisti in Cisgiordania. La principale ragione sta nel fatto che Hamas si oppone al tipo di “pace” che Israele vuole imporre ai palestinesi.

La “pace forzata” non è negoziabile per le élite dirigenti israeliane e offre ai palestinesi un limitato controllo e una limitata sovranità sulla Striscia di Gaza e sulla Cisgiordania. Ai palestinesi viene chiesto di rinunciare alla lotta per l’autodeterminazione e la libertà in cambio della concessione di tre piccoli bantustan sotto lo stretto controllo e la supervisione di Israele.

La versione ufficiale in Israele, comunque, è che sia Hamas l’ incredibile ostacolo per la pace. E di conseguenza la strategia è dichiarata: affamare e costringere alla sottomissione il milione e mezzo di palestinesi che vive nello spazio più densamente popolato al mondo.

L’embargo era stato imposto nel 2006 per costringere i cittadini di Gaza a rimpiazzare il loro Governo con un’alternativa che avrebbe accettato le regole di Israele- o quanto meno che avrebbe fatto parte della più acquiescente Autorità Nazionale Palestinese della Cisgiordania. Nel frattempo Hamas ha catturato un soldato israeliano, Gilad Shalit, e di conseguenza il blocco è stato reso più duro. Ora include il bando dei più necessari beni di consumo, senza i quali per chiunque può diventare difficile anche sopravvivere. Per quanto riguarda il cibo e le medicine la gente di Gaza vive in condizioni che sono definite “catastrofiche” e “criminali” dalle organizzazioni internazionali e dalle agenzie che operano all’interno della Striscia.

Come nel caso della “flottilla”, ci sono sistemi alternativi per ottenere il rilascio del soldato che è stato fatto prigioniero, come lo scambio con le migliaia di prigionieri politici palestinesi che Israele tiene nelle sue prigioni. Molti di loro sono ragazzini, e un certo numero di questi è stato arrestato senza processo. Israele ha trascinato per le lunghe questo negoziato in merito allo scambio, che verosimilmente non è in grado di dare risultati in tempi ragionevoli.
Ma Barak e Netanyahu, e quelli che li circondano, sanno troppo bene che il blocco di Gaza non produrrà nessun cambiamento nell’atteggiamento di Hamas. Bisognerebbe dare credito al Primo Ministro inglese Dave Cameron (Ilan Pappe, storico israeliano, vive in Inghilterra dove insegna all’università di Exeter), che ha ricordato durante il question time della settimana scorsa che la politica israeliana ha rafforzato, anziché indebolire, il controllo di Hamas su Gaza. Ma il fatto che la strategia di Israele stia fallendo non sembra impaurire il governo di Gerusalemme.

Ci si potrebbe immaginare che il drastico deterioramento dell’immagine di Israele nell’opinione pubblica internazionale avrebbe potuto cambiare il modo di pensare dei suoi leader. Ma le risposte riguardanti l’attacco alla flottilla nei giorni scorsi dimostrano che non c’è il minimo spazio per un cambiamento di rotta nelle posizioni ufficiali. La ferma decisione di non togliere l’embargo e l’accoglienza da eroi che è stata riservata ai soldati che hanno assaltato la nave nel Mediterraneo mostrano che questa politica continuerà a essere la stessa per molto tempo.

Non è una novità. Il governo di Barak- Netanyahu – Lieberman non conosce altro modo per rispondere alla realtà esistente sul suolo di Israele e della Palestina. Questi politici sanno solamente fare ricorso ai soliti mezzi: la violenza per imporre la propria volontà, una febbrile propaganda che descrive tutto come legittima difesa, devastando la popolazione di Gaza e trattando quelli che cercano di portare aiuto come se fossero terroristi. Il dolore e la sofferenza delle persone non li riguardano, e nemmeno le condanne internazionali.

La reale, anche se non dichiarata, strategia di Israele è quella di mantenere questo stato di cose. Finchè la comunità internazionale sarà compiacente, il mondo arabo impotente e Gaza sigillata, Israele continuerà ad avere un’economia fiorente e un elettorato che accetta il dominio dell’esercito sulla propria vita e il conflitto e l’oppressione dei palestinesi come esclusiva realtà della vita in Israele del passato, del presente, del futuro.

Il vice presidente statunitense Joe Biden è stato umiliato recentemente quando gli israeliani hanno annunciato la costruzione di 1.600 nuove case nella zona contesa di Ramat Shlomo, nel distretto di Gerusalemme, proprio il giorno in cui era arrivato per discutere di come provare a congelare l’espansione delle colonie. Ma il sostegno incondizionato da questi offerto dopo l’ultima azione ha fatto sentire i leader e l’ elettorato giustificati.

Sarebbe sbagliato, comunque, credere che il sostegno americano e la debole risposta europea siano la ragione principale dell’embargo e del soffocamento di Gaza. C’è un elemento che forse è quello più difficile da spiegare ai lettori di tutto il mondo, cioè quanto queste percezioni e atteggiamenti siano profondamente radicati nella mentalità e nella psicologia degli israeliani. Ed è davvero difficile comprendere come siano diametralmente opposte le reazioni comuni che sono scattate in Inghilterra rispetto a quelle della società ebraica israeliana.

Le risposte internazionali si basano sull’assioma che qualche concessione ai palestinesi e un continuo dialogo con le élite politiche israeliane produrranno nuovi fatti sul terreno. La versione ufficiale che circola in Occidente è che la soluzione sia ragionevole e a portata di mano: i due Stati.

Niente è così lontano dalla verità come questa ottimistica visione. L’unica versione accettabile per Israele sarebbe quella di una addomesticata Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah e una presenza forte di Hamas a Gaza. E’ un’offerta che finirebbe con l’imprigionare i palestinesi in enclave in cambio della fine della loro lotta.

Nessuno parla di una soluzione alternativa – uno Stato unico e democratico, ipotesi che sostengo personalmente – oppure di quella, più plausibile dell’instaurazione di due Stati. Entrambe richiederebbero una completa trasformazione della mentalità ufficiale e dell’opinione pubblica israeliana. Questa mentalità è il principale ostacolo sul percorso verso una riconciliazione pacifica nella terra di Israele e della Palestina.
Il professor Ilan Pappé dirige il Centro Europeo di Studi palestinesi alla Exeter University e ha scritto “La Pulizia Etnica della Palestina”

IN ENGLISH HERE:

http://www.independent.co.uk/opinion/commentators/ilan-papp-the-deadly-closing-of-the-israeli-mind-1992471.html