Il testamento di Shaban

13/01/2011

Il testamento di Shaban per Peacereporter di ieri

Nella foto, Mohammed Shaban Shaker Karmoot, il 10 gennaio alle ore 14

Un anziano contadino palestinese al lavoro nei campi.
Una giovane cooperante italiana che si reca a intervistarlo.

Non hai paura degli israeliani che sparano?
No, non m’importa degli spari. Se succede qualcosa di brutto noi esseri umani moriamo una volta sola, e solo Dio sa quando arriverà la mia ora per morire. Io dormo qui alcune volte e non mi importa di morire, sento sempre i carri armati e bulldozer invadere la mia terra e non mi importa più quello che fanno.

5 minuti dopo aver pronunciato queste frasi dinnanzi ad un registratore acceso, i 2 cordialmente si congedano.

Poi uno sparo, e la morte rioccupa la scena.

Shaban Karmout, contadino di  65 anni è l’ultima vittima civile dell’escalation di violenza innescata dall’esercito israeliano da due mesi a questa parte, dopo gli omicidi del pastore beduino Salama Abu Hashishil 23 dicembre a Beit Lahiya e del giovane Mohammed Qedeh 5 giorni dopo a est di Khan Younis.

Shaban aveva costruito la sua casa dinnanzi al confine all’inizio degli anni ’70,  e presto nel terreno adiacente aveva fatto fiorire alberi da frutta come limoni, aranci e clementine.

I frutti della terra erano generosi e nonostante l’occupazione Shaban conduceva una vita serena, almeno fino ad una notte del 2003, quando in pieno Ramadan, bulldozer e carri armati israeliani hanno invaso i suoi campi distruggendo tutte le sue colture e sradicando i suoi preziosi alberi: il frutto di 30 anni di duro lavoro raso al suolo in meno di 3 ore.

Al termine dell’offensiva israeliana Piombo Fuso, l’anziano contadino non se la sentiva più di dormire tutte le notti nella casa al confine per via delle frequenti incursioni israeliane. Aveva preso allora in affitto un minuscolo bugigattolo nel campo profughi di Jabalia nel quale viveva stipato con la sua numerosa famiglia, una decina di persone.

D’abitudine Shaban iniziava il lavoro nei campi da poco dopo il sorgere dell’alba fino a poco prima del tramonto. Ogni giorno per quarant’anni, fino a lunedì scorso. Erano circa le 2:00 pm quando, salutati i visitatori forestieri, il contadino si è recato sulla sua terra per riprendere l’asino legato ad un arbusto, e un cecchino israeliano piazzato su una torretta di osservazione a 300 metri gli ha sparato contro tre colpi: il primo lo ha centrato al collo, gli altri due al torace.

Esalando l’ultimo respiro Shabab ha fatto appena in tempo a nominare il nome di suo figlio, Khaled. Quando Khaled è accorso nei campi suo padre era già stato disteso esamine di fianco al quadrupede.

“Non c’erano combattimenti nella zona, non c’erano guerriglieri palestinesi, nè noi rappresentiamo una minaccia, viviamo in quella casa da decenni, i soldati ci conoscono benissimo. Ci hanno osservato per anni lavorare e vivere tramite le loro telecamere, i droni, perfino i dirigibili spia. E’ questo il vero terrorismo, ditelo ai media occidentali”. Così Khaled si è rivolto agli attivisti dell’International Solidarity Movement durante la veglia funebre in onore di suo padre, e non è possibile dargli torto. E’ risaputo infatti che i contadini al confine sono tutti schedati e la terra nella quale lavorano è monitorata minuziosamente centimetro quadrato per centimetro quadrato. Inoltre i cecchini israeliani, a differenza dei lanciatori di razzi qassam, non sparano a casaccio nel deserto; come tutti i cecchini inquadrano l’obiettivo, prendono la mira. Il sistema più veloce per pulire etnicamente la Palestina.

Come avveniva durante Piombo Fuso, Israele continua a impedire alle ambulanze di raggiungere i luoghi degli attacchi, minacciando di sparare a medici e infermieri.

Così, non essendoci altri mezzi disponibili, Khaled ha potuto trasportare via il cadavere del padre caricandolo sul braccio di una ruspa. Come si fa con gli alberi sradicati.

Daniela, cooperante dell’ong GVC, a conclusione della riabilitazione di un pozzo nell’area di Beit Hanoun, fra l’altro finanziato coi fondi del governo italiano, si era recata al confine con i suoi collaboratori per intervistare gli agricoltori beneficiari del progetto idrico.

Shaban era stato l’ultimo dei contadini intervistati, cinque minuti prima che venisse ucciso.

Il figlio della vittima, Khaled, ha parlato di terrorismo; per Saber, un amico presente durante l’intervista, quest’ultimo assassinio è una sorta di avvertimento mafioso per quanti solidarizzano con i lavoratori palestinesi che resistono, gli ultimi veri uomini in questi tempi anonimi.

Daniela non riesce a tenere in mano le foto scattate poco prima di salutare l’anziano contadino: “non posso guardarle ancora, sembra un sogno, un incubo. Da qui all’obitorio nel giro un’ora.”

Ho trascritto la registrazione audio dell’ultima intervista a Shaban, il testamento di una vita dedicata all’amore per la sua terra, un amore che alla fine se l’è inghiottito dentro.

IL TESTO DELL’INTERVISTA

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni da Gaza

Nella foto, Mohammed Shaban Shaker Karmoot, il 10 gennaio alle ore 15

                                                                                                                                                                                  Articoli collerati:

-Fine 2010: continua l’escalation di attacchi ai civili di Gaza

-Christmas in Gaza

-Il quotidiano massacro dei lavoratori di Gaza

-Cecchini israeliani festeggiano la giornata internazionale di solidarietà

Annunci