I martiri della Freedom Flotilla

06/06/2010

Il mio pezzo per Il Manifesto di ieri:

Quelle falci di luna e le stelle a cinque punte bianche intinte nel sangue che sventolano sul cielo di Gaza sopra un porto dimesso, tornato a simulacro di oppressione, di certo frusteranno ancora a lungo l’assedio.

Girando per le strade di una Striscia, che non ha ancora fagocitato la pena per l’ennesimo massacro, mi capita di essere avvicinato più del solito da curiosi che mi rivolgono tutti la stessa domanda: “Sei turco?”. Poi quando rispondo che sono italiano mi sorridono quasi sempre lo stesso, tranne quei pochi informati sul voto contriario del nostro governo alla risoluzione del Consiglio dei diritti umani dell’Onu, che chiede lo svolgimento di una inchiesta sul massacro della Freedom Flotilla.

Non è comodo, ve lo assicuro, vivere fuori dai confini italiani di questi tempi, e ancor di più qui, dopo aver scoperto il proprio paese fiancheggiare la pirateria e il terrorismo di stato israeliano. Lo sconforto nella consapevolezza di avere radici in un paese ormai ridotto a sovranità limitata.

Mentre Istanbul fervendo di rabbia anti israeliana si preparava a celebrare  il rientro delle  9  salme degli attivisti uccisi, da quest’altra parte del mediterraneo i membri turchi dell’IHH, protagonista della Flotilla, venivano  consacrati a eroi.

I più ricercati per foto e strette di mano dalle alte autorità di Hamas fino alle gente comune. E a buon ragione, il leader dell’ong per i diritti umani turca, Mehmet Kaya  ha dichiarato che la sua organizzazione intende spendere ben 25 milioni di dollari per la ricostruzione, l’assistenza sanitaria e l’educazione all’interno di una Striscia impoverita dalla tenaglia dell’assedio.

Non avendo alcuna remora a comprare cemento e ferro nel mercato nero dei tunnel al confine con l’Egitto, in pratica l’IHH si sostituisce all’ONU nell’impegno alla ricostruzione delle migliaia di edifici danneggiati e distrutti durante i bombardamenti israeliani del gennaio 2009. Le Nazioni Unite che non possono acquistare merce di contrabbando, hanno infatti visto paralizzarsi molti dei loro progetti di riedificazione per la carenza di materiali bloccati al confine da Israele

Ieri la commemorazione dei martiri, in una cerimonia di poco al largo dal porto sopra i rudimentali pescherecci palestinesi: si sono letti i nomi dei morti e gettati dei fiori in acqua. Colombe bianche liberate dalle gabbie hanno rappresentato una metafora inafferrabile. Oggi l’attesa per la Rachel Corrie, anche se il porto è deserto e ciò fa intendere che sono veramente pochi a crederci.

Forse gli unici ad alimentare un lumicino di speranza siamo noi attivisti: oltre agli aiuti umanitari sulla Rachel Corrie ci sono dei compagni che desiderano venire a sostenerci nella lotta per la difesa dei diritti umani violentati ogni giorno nella Striscia.

Mentre non volgiamo un attimo lo sguardo via dall’orizzonte recintato, ci arriva in serata la notizia dell’arresto di Huwaida Arraf, cofondatrice dell’International Solidarity Movement e del Free Gaza Movement. Partecipava alla rituale manifestazione pacifica del venerdì contro il muro che si sta inghiottendo il villaggio di Bil’In.

Arrestata oggi, era appena uscita di prigione solo tre giorni fa dopo esser stata sequestrata  a bordo di una delle navi della Freedom Flotilla.

Le ho scritto di darmi almeno il tempo materiale di mandarle dei fiori fra una reclusione e l’altra.

La sua coraggiosa tenacia è la nostra di bandiera sventolante.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni da Gaza

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