Eid Mubarak Gaza! Shana Tovah Israele!

12/09/2010

Il mio ultimo pezzo per Infopal:

Eid Mubarak Gaza! Felice Eid Gaza!

Shana Tovah Israele! Buon anno Israele!

Quando un missile di una tonnellata si schianta a 200 metri da voi i timpani fanno parecchio male e la sensazione di intontimento è pari a quella che si prova dopo aver ricevuto un cazzotto non preventivato da Mike Tyson.

Ieri sera verso le 22  Israele ha deciso di festeggiare il nuovo anno ebraico sparando i suoi botti su una di Striscia di Gaza che contemporaneamente si stava dedicando ai preparativi per l’Eid ul-Fitr, la maggiore festività musulmana che segna la fine del digiuno del Ramadan.

Ho camminato come in preda ad una leggera commozione cerebrale sul luogo del bombardamento presidiato da forze di sicurezza di Hamas visibilmente agitate, con me giornalisti locali, pompieri e ambulanze.

C’è un enorme cratere ora nella rimessa dinnanzi al porto dove la polizia tiene le carcasse arrugginite dei veicoli distrutti durante Piombo Fuso, i bombardamenti israeliani del gennaio 2009.

Il missile ha colpito un antiquato carro armato dell’Autorità Palestinese, il blindato ha fatto un volo di cento metri e se ne sta riverso in rottami in mezzo alla strada, per darvi l’idea della portata della potenza dell’esplosione.

Fa ancora parecchio caldo a Gaza, per cui le mie finestre erano spalancate, al contrario di alcune dei miei vicini di casa che sono andate in frantumi.

Altri bombardamenti nello stesso momento hanno colpito i tunnel al confine di Rafah, fortunatamente non causando feriti gravi ma solo danni a edifici nei pressi, a differenza di ciò che è accaduto sabato, quando  i missili lanciati dagli f16 hanno provocato due morti e il ricovero in ospedale di due uomini con gravi ustioni.

Venerdì scorso il datore di lavoro di Ali Al Khodary, uno dei palestinesi feriti, aveva concesso ai suoi dipendenti un giorno di ferie salvo poi richiamarli all’improvviso al loro impiego sabato sera. Il tunnel dove Ali lavorava da tre settimane per mantenersi gli studi in sociologia all’università di Al Quds è stato bombardato appena pochi minuti dopo il suo arrivo:

“Mi ero appena levato la maglietta e mi stavo preparando a scendere sotto terra quando un’esplosione mi ha lanciato diversi metri lontano. Al mio risveglio il mio corpo era in preda alle fiamme e una donna si  è precitata verso di me gettandomi dell’acqua addosso”.

Il padre di Ali che ho incontrato all’ospedale  era  contrario alla scelta del figlio di un lavoro così pericoloso, ma il ragazzo determinato a continuare i  suoi studi non aveva altra scelta in una Gaza che sotto assedio da 4 anni non ha da offrire altri impieghi.

Non sono solo ragazzi e adolescenti a lavorare sotto la superficie terrestre di Rafah per procacciare  le merci necessarie alla quotidianità dei palestinesi della Striscia.

Hassan Abu Armana, quarantacinquenne, è disteso con ustioni di terzo grado su tutto il corpo in un letto poco distante da quello di Ali: col suo lavoro di tassista non era più in grado di sfamare la numerosa famiglia.

Secondo i testimoni, sabato gli F16 israeliani hanno iniziato a sorvolare Rafah intorno alle 23:30 e poco prima di mezzanotte hanno sganciato due missili su due tunnel, uno utilizzato dai palestinesi per approvvigionarsi di beni di prima necessità, l’altro per rifornire di benzina la Striscia altrimenti all’asciutto di carburante.

I missili sono scesi in profondità sottoterra prima di esplodere e uccidere due lavoratori: Salim Al Khatab, diciannovenne dal campo profughi di Bureij, che tragicamente aveva iniziato quel lavoro da pochi giorni, stanco della sua situazione di totale indigenza e Khalid Abed Al-Kareem Al-Khateeb di 35 anni sempre di Burej, sposato e padre di 4 figli.

I due sopravvissuti sono ricoverati in pessimo stato al Nasser di Khan Younis, un ventilatore  è il palliativo per delle bruciature che si fanno strada sotto l’epidermide divorandogli lentamente la carne.

Forse perché non coloni, più probabile perché non israeliani, la vita e la  morte di queste ultime vittime civili non suscitano nessuna ondata di sdegno, ma il disinteresse generale, come capita di sovente nei confronti di chi parla l’arabo con l’accento gazawo.

Ancora di più per i lavoratori dei tunnel: sopravvivono nella terra celati dalla luce del sole e quando fuoriescono di notte, la terra in combutta con il cielo di piombo se li riprende.

Ogni qualvolta cade uno stuzzicadenti nel deserto del Negev, le agenzie di stampa vomitano dispacci a ciclo continuo, ieri poco dopo che circa 4 tonnellate di tritolo sono crollate da diecimila metri di altezza sulla Striscia di terra a più altra densità abitativa del mondo, ho scommesso con un amico palestinese che nessun media occidentale ne avrebbe fatto cenno.

Mentre i miei timpani ci metteranno ancora molte ore a rimettersi in sesto, riscuoto la mia scommessa.

Restiamo Umani.

Vittorio Arrigoni da Gaza city

ps. foto di Vittorio Arrigoni e Tilde de Wandel.

Non avendo trovato spazio in nessun cartaceo, ho rilanciato la stessa storia anche su Peacereporter qui.