Da Gaza un SOS per Il Manifesto

02/11/2010

A chiedere di celebrare le esequie del Manifesto si accalcherebbero in massa, non solo gli usurpatori del pluralismo dell’informazione, ma anche e soprattutto i detrattori dell’autodeterminazione dei popoli oppressi e i diffamatori della causa palestinese.

Le cause dell’agonia de Il Manifesto, oltre che economiche sono evidentemente anche editoriali, e le critiche mosse in questi giorni sono ammesse e benvenute come bussole per un naufrago, per fare in modo che il giornale torni a orientarsi verso la stella polare della sua tradizione di quotidiano culturalmente e politicamente battagliero.

Criticarlo è lecito, disinteressarti della sua fine e accodarsi con un cero dinnanzi al suo feretro meno.

Parliamoci chiaro, nessuno come Il Manifesto nel panorama della carta stampata ha saputo raccontare in questi decenni con dovizia di veridicità l’occupazione israeliana e la dignitosa resistenza palestinese. E questo in special modo grazie ai suoi inviati, quelli storici come quelli attuali. Penso al compianto Stefano Chiarini, l’eco della cui voce continua a perpetrarsi in tutto il medioriente per le sue inestimabili doti giornalistiche e per aver resuscitato nella memoria collettiva i martiri di Sabra e Chatila tramite il comitato da lui fondato.

Se non ci fosse stato in edicola Il Manifesto durante il massacro del gennaio 2009, quando il cielo di Gaza si è squarciato e per tre settimane siamo stati percossi e dilaniati da una tempesta di Piombo Fuso, chi altri avrebbe raccontato quotidianamente e in prima pagina dell’urlo di terrore e dell’anelito di vita di questo popolo oppresso ma mai domo?

Allora dal giornale ottenni carta bianca per descrivere al meglio delle mie possibilità l’inferno circostante, in situazioni di assoluta precarietà, spesso trascrivendolo su un taccuino sgualcito, piegato sopra un’ambulanza in costante corsa a sirene spiegate, o battendo ebefrenico i tasti su di un computer di fortuna all’interno di palazzi scossi come pendoli impazziti da esplosioni tutt’attorno.

Il giornale mi permise di trasformare la sua prima pagina in un arnese pericoloso da maneggiare, nocivo, imbrattatato di sangue, impregnato di fosforo bianco, tagliente di schegge d’esplosivo.

La cronaca della Striscia di Gaza sigillata sotto le bombe non trovò spazio fertile in nessun giornale come su il Manifesto; è chiaro quindi che la chiusura annunciata del quotidiano rappresenterebbe un duro colpo per l’intero movimento di solidarietà alla Palestina, da un momento all’altro monco dell’amplificazione di uno dei suoi principali megafoni in Italia.

Per salvare da morte certa Il Manifesto serve urgentemente la trasfusione salvifica di nuovi abbonamenti, affinchè quell’alleato per comprendere il mondo torni a essere quello che è sempre stato, un segno nella mappa psichica di ogni lettore dallo sguardo non allineato che dice “voi siete qui”.

Restiamo Umani

Vittorio Arrigoni

Gaza,

Palestina occupata

2 novembre 2010.