Abu Mazen con Netanyahu da Obama: i negoziati farsa visti da Gaza

04/09/2010

Il mio pezzo per Il Manifesto di giovedì

Riferendosi agli accordi di Oslo, il compianto Edward Said usava ripetere che il processo di pace è il primo ostacolo alla pace. Alla vigilia di questi ennesimi colloqui fra il premier israeliano Netanyahu e il rappresentate palestinese Abu Mazen in scena alla casa bianca, sono andato a tastare il polso dell’uomo della strada di Gaza.

Juber, contadino di Khan Younis:

“Abbiamo sempre avuto negoziati e cosa abbiamo ottenuto? Sempre meno terra e più colonie. E qui a Gaza più miseria e disperazione. Questa è solo un’operazione mediatica concessa da Netanyahu a Obama come semaforo verde per attaccare l’Iran. Non ce ne facciamo niente di strette di mano in un album di fotografie, se c’era la buona volontà sarebbe prima stato rimosso l’assedio, ma a Gaza non cambierà nulla, lo sanno anche le galline nel mio pollaio”.

Non sorprenda la padronanza dell’argomento per il palestinese qualunque della Striscia, qui anche nell’analfabetismo si cresce a pane, olio, zaatar e politica.

Mahfuz, pescatore di Gaza city:

Dare il tempo a Israele di ripulire Gerusalemme dagli arabi, questo il senso dei negoziati. Ramallah avrebbe dovuto richiedere la fine dell’assedio, e poi sedersi al tavolo. E’ importante ricompattarci fra di noi palestinesi, prima di inviare un rappresentate”.

Munir taxista, va contromano:

Sono felice per questi negoziati, è possibile che ci consentano di tornare a viaggiare e magari a lavorare in Israele. Ho molto fiducia in Abu Mazen, che ha sempre dimostrato di amare Gaza, guarda solo tutti i soldi che spedisce qui una volta al mese”.

“Balle”, interviene Salah Al Din, studente universitario che ha ascoltato la mia intervista al taxista, “ Abu Mazen con gli stipendi che riversa a Gaza si è comprato parte del consenso. Questi negoziati non avrebbero mai dovuto cominciare prima di richiedere la fine dell’assedio. Gaza non è contemplata nelle trattative, non passa loro nemmeno nell’anticamera del cervello. Guarda, io sono di Fatah, ma Abu Mazen non mi rappresenta proprio, non ha chiesto alla sua gente cosa pensa di questi negoziati, non l’ha chiesto alla nazione. Il massimo che può ricavare da questi colloqui sono una sola cosa: pace economica in West Bank, e io non voglio pace economica, io voglio un Paese! “.

Saber che durante la seconda intifada aveva abbracciato la lotta armata, oggi fa il volontario nella sua organizzazione benefica a Beit Hanoun, e combatte l’occupazione con l’arma della non violenza:

Di per sè ben venga l’idea di negoziati diretti con Israele, se è per ottenere più diritti, ma è ridicolo e politicamente impossibile pensare che Netanyahu, sorretto da un governo di cui fa parte il movimento dei coloni, possa concedere qualcosa. Anche l’intermediario non è attendibile, ci vuole qualcuno che raggiunta una bozza di intesa, imponga a Israele di rispettare le risoluzioni, e questi non possono essere certo gli USA, che ogni anno donano a Israele miliardi di dollari in armamenti per colpire una popolazione civile disarmata”.

Poi conclude, profetico sull’attacco ai coloni di Hebron: “Questi negoziati sono pericolosi, poiché non tutte le istanze sono poste sul tavolo delle trattative, vedi Gaza, e dato che i rappresentanti dei palestinesi non hanno un chiaro mandato, per chi si sente tagliato fuori queste trattative potrebbero rappresentare la miccia che detona l’esplosione di nuova violenza”.

L’ultimo che interpello non è proprio un uomo qualunque, ma Haider Eid, professore associato nel Dipartimento di Letteratura Inglese dell’Universitàdi AlAqsa e baluardo del BDS qui a Gaza,  la campagna di boicottaggio a Israele:

“Questi negoziati sono uno schiaffo in faccia alle 1.400 vittime dell’ultima guerra israeliana e ai martiri della Freedom Flotilla. La missione investigativa dell’ONU guidata dal Giudice Richard Goldstone accusa Israele di aver commmesso crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità. I negoziati, tuttavia, hanno lo scopo di aiutare Israele a scendere dalla gogna e dare esternamente l’impressione che le parti in causa abbiamo le stesse responsabilità nel conflitto, negoziando il riallineamento delle frontiere. Non bisogna essere dei politologi per sapere  che l’esito di questi negoziati non comporterà alcun Stato palestinese indipendente poiché tale possibilità è stata assassinata sul nascere dalla parte potente, cioè da Israele.

Il cosiddetto processo di pace non ha in realtà tanto a che vedere con la pace, quanto con il processo in sè.

Ho un senso di de ja vu, la stessa cosa accadde nel 2000, quando Arafat fu invitato a Camp David con Ehud Barak e il risultato conseguito fu pari a zero “

Vittorio Arrigoni da Gaza City

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