Darg Team

Unadekom in memoria di Vittorio Arrigoni

by Darg Team


“Vivere sotto assedio a Gaza, mi dà il coraggio per tentare di spezzarlo. Gaza vive dentro di me” Darg Team

Tour in Italia dei Darg, rapper (ma non solo) di Gaza. Nei loro testi raccontano la Palestina e la loro vita nella Striscia sotto assedio. Si esibiscono nel nome del loro amico e compagno assassinato, Vittorio Arrigoni.

In pubblico non possono suonare neppure a Gaza, dove vivono. Se fanno un concerto Hamas stacca la luce (almeno loro pensano sia andata così tre settimane fa). Eppure basta che mandino un sms e si materializzano centinaia di fan. Alla chetichella. Come fosse un rave party. Su Facebook hanno diecimila contatti. Si chiamano Darg Team come Da Arabian Revolution Guys, fanno un hip-hop «all’ottanta per cento politico» e sono una faccia della nuova rivoluzione palestinese. Viaggiano sull’onda del movimento del 15 marzo, di quello del 5 maggio, le nuove forme di protesta pacifista che circolano su Twitter, Internet e sulle bocche della gente. Ieri sera hanno suonato a Genova al «Che Festival» di Music for peace, una onlus genovese che organizza missioni umanitarie in zone di conflitto ed è già stata a Gaza due anni fa distribuendo viveri a 2.400 famiglie e torneranno alla fine del mese con 8 container. «Darg Team ha scritto una canzone per Vittorio Arrigoni, lui doveva essere qui con noi il 2 giugno. È come avercelo portato», commenta Stefano Rebora, fondatore e presidente.

A parlare per il Darg è invece Fadi M. Bakheet, art director del gruppo, 29 anni. «Siamo in otto tra i 24 e i 29 anni, tre stanno sul palco (Sam, Mady e Bess che hanno fondato il gruppo nel 2004), uno fa foto. Tutti scriviamo pezzi e musiche, poi discutiamo, riscriviamo finchè esce fuori quello che sentiamo».

Da dove nasce quel «Da»?

È uno scherzo linguistico, su The, tha inglese che diventa Da.

È la seconda volta che uscite da Gaza in tournèe. Che cosa avete in scaletta?

I nostri sono tutti pezzi hip-hop, in arabo. Nella scaletta abbiamo messo Unadikum, un pezzo libanese molto famoso di Ahmed Qabour e Tawfiq Zayyad. L’abbiamo riarrangiata e dedicata a Vittorio Arrigoni. Vittorio la cantava sempre, la faceva cantare alla gente nelle manifestazioni. Ci sembra il modo migliore di ricordarlo.

In Italia tanti hanno cercato di trovare una chiave di lettura al suo omicidio. Che cosa ne pensate?

La morte di Vittorio è stato un evento veramente tragico. Per noi era un palestinese, non un occidentale. Protestava con noi, viveva con noi, era uno della famiglia. La notte che fu rapito tutta Gaza si è svegliata ed è andata dal ministro dell’interno a chiedere che cercasse di liberarlo. Queste azioni a Gaza sono inaccettabili. Pensiamo che ci sia stata una regia, non palestinese. Sembra un lavoro del Mossad. E la gente di Gaza non ha mai accettato questo omicidio.

Puoi tradurre qualche frase di Unadikum?

«I palestinesi piangono la tua morte, caro fratello. Che tu possa riposare in pace. Non ti dimenticheremo mai. Scriverò parole di resistenza su tutti i muri del mio cervello, come fossero tatuaggi». È una canzone che tutti conoscono, è proprio una canzone della rivoluzione in atto. Un’altra nostra canzone, Long Live Palestine dice «non avere paura, non essere spaventato, c’è un domani luminoso. Dammi una penna e scriverò il mio dolore e ti spiegherò che cosa penso attraverso i miei testi. Le nostre case vengono distrutte, i bambini sono senza casa, ma il nostro spirito vive e questo è un dono di Allah. Vivere sotto assedio a Gaza, mi dà il coraggio per tentare di spezzarlo. Gaza vive dentro di me». Un’altra si chiama Demactory, parla del fatto che a Gaza non c’è nè democrazia, nè dittatura (da qui l’acronimo che abbiamo inventato) e che da normali elezioni siamo finiti in un regime con dei tipi appiciccati alle loro sedie, proprio quello che anche gli altri arabi contestano.

Che cosa sta succedendo al movimento dei giovani palestinesi, tipo il 15 marzo?

Va avanti. Nel mondo arabo è in atto una vera primavera. Ci sono i ragazzi del 15 marzo, del 5 maggio, ci sono vari movimenti giovanili a Gaza e nei territori occupati. Tentano una riconciliazione intergenerazionale e sopratuttto, ragazzi e ragazze, vogliono dimostrare che sono in grado di fare qualcosa e uno dei successi è la riconciliazione tra Hamas e Fatah. Come Darg team partecipiamo a tutte le azioni, siamo un piccolo gruppo, ma possiamo fare da collettore naturale. Siamo attivi nelle social commmunity e le nostre canzoni vengono ascoltate da tutti. Tra la Palestina e l’estero abbiamo raggiunto 10 mila contatti su Facebook.

Le canzoni di un rapper tunisino sono vietate nel suo paese. Che cosa succede con le vostre a Gaza?

A Gaza non ci sono diritti d’autore. Ma il governo usa il pugno di ferro, ti seguono, ti osservano e cercano di prevenire. A partire dal 2009, cinque anni dopo la fondazione del nostro gruppo, ci hanno detto che non potevamo fare più musica e che ci avrebbero tenuto d’occhio. Noi ce ne siamo fregati e abbiamo continuato a fare musica. È difficile spiegare come funziona Gaza. Possono impedirci di fare concerti in pubblico, non di mettere la nostra musica in rete. E così abbiamo usato Internet anche per ospitare artisti stranieri nelle nostre canzoni e abbiamo continuato a fare piccoli concerti privati.

Piccoli in che senso?

Lo scorso anno ad aprile abbiamo mandato un po’ di sms in giro per un concerto in un albergo di Gaza City. Alla fine ci siamo trovati in 200 e passa. L’ultimo concerto tre settimane fa è stato pubblico, abbiamo suonato per il convoglio italiano. Purtroppo la corrente è andata via molte volte. Siamo convinti che siano stati quelli Hamas.

In che cosa sperate?

Vogliamo la libertà per la Palestina non solo per Gaza. Andremo avanti con la resistenza pacifica, continueremo a scrivere testi, invitare gente a Gaza e cercare di raggiungere più gente possibile per influenzare le decisioni mondiali e finalmente trovare un equilibrio per il Medio oriente. Per il resto siamo molto ambiziosi, vogliamo essere fra gli autori della cultura moderna palestinese e vorremmo che la musica diventasse la nostra carriera.


11 giugno 2011

Il Manifesto