Nel puzzle di macerie, dopo tre settimane di crimini di guerra

21/01/2009

«Quando emergeranno le enormi distruzioni della Striscia di Gaza, non mi recherò ad Amsterdam per turismo, ma solo per comparire davanti al tribunale dell’Aja». Queste le parole rilasciate al quotidiano Ha’aretz da un ministro israeliano che ha chiesto di restare anonimo.

Organizzazioni umanitarie e singoli cittadini indignati di mezzo mondo, stanno provando infatti a trascinare davanti ai giudici l’esercito e il governo israeliani, nella speranza di farli inquisire per i crimini di guerra di cui si sono macchiati durante i 22 giorni di settimane di massacri a Gaza.

Nelle loro apparizioni pubbliche vertici militari e governativi non paiono preoccuparsene, dichiarano di avere prove tangibili per dimostrare che gli edifici bombardati erano basi logistiche utilizzate dai terroristi di Hamas. Intendiamoci, stiamo parlando di più di 20 mila case danneggiate dalle bombe e di oltre 1.300 vittime.

Per accertarmi della precisione chirurgica con cui questi ipotetici centri nevralgici del terrorismo islamista sono stati colpiti sono andato a Jabal Al Dardour, nel nord della Striscia, una delle aeree più massicciamente colpite dall’artiglieria israeliana. Decine di edifici rasi al suolo, i mastodontici bulldozer corazzati che la Caterpillar (da boicottare) assembla appositamente per l’abbattimento delle case palestinesi hanno dato manforte ai tank nella distruzione. Tra le rovine ho visto uomini e donne rovistare in cerca di qualcosa di ancora utilizzabile, qualche indumento, un paio di cartelle scolastiche ricoperte di polvere, le foto di famiglia in cornici crepate. Non ho visto resti di arsenali distrutti, ma solo edifici scoperchiati dove s’intuiscono salotti, avanzi di stanze da letto, cucine ridotte in cenere.

Abu Omar, biologo molecolare, mi ha invitato a vedere ciò che è rimasto in piedi del suo appartamento e anche il suo vicino di casa, Osama, pediatra, mi ha mostrato la sua casa ridotta una gruviera. La forza di propulsione dei missili ha trascinato contro il palazzo i frutti dell’adiacente aranceto. Il loro succo, mescolato al sangue rappreso sul pavimento, pareva la tavolozza di un pittore naif.

Un anziano col capo fasciato da un kefia si è avvicinato per informarsi sul paese di provenienza di Natalie, nostra compagna libanese dell’Ism. Agitando nell’aria un bastone, come a disegnare un lungo arco, dinnanzi a quel panorama di devastazione, le ha detto «Beirut e Gaza, stesso quadro, stesso artista». Anche la piccionaia di Osama non è stata risparmiata dalla ferocia delle detonazioni: i volatili giacciono al suolo come arresi ad un cielo più pesante di loro, pesante di «piombo fuso». «Hanno voluto annientare l’aviazione palestinese, o forse pensavano che i tuoi pennuti fossero staffette partigiane di Hamas…», ho detto al pediatra strappandogli un sorriso.

Ban Ki-moon lo abbiamo incrociato mentre ci muovevamo sul nostro sgarrupato taxi, un lungo corteo di Suv nuovi fiammanti coi vetri oscurati e gli stemmi “UN” sgommava per Gaza City come se la terra gli tremasse sotto le ruote, in effetti è stato così fino all’altro ieri.

Girando nel puzzle non ricomponibile delle rovine di Jabal Al Dardour, ho sentito fare il mio nome e voltatomi ho scorto la figura di Abu Ashrafa. Ero stato alla veglia funebre di suo figlio, ucciso da un bombardamento nel mese di novembre, quando teoricamente secondo Israele e i media occidentali era ancora in corso una tregua. Ha perso un altro parente, e la sua casa è stata buttata giù dalle fondamenta. «Non un animale, non una pietra, non un ulivo ci hanno lasciato in piedi, non sono esseri umani»: così dicendo mi ha accompagnato nel suo uliveto.

Diversi ulivi, quelli secolari, sono stati strappati via dai bulldozer israeliani. Come per rifarsi di quelle vite che pare impossibile sradicare dalle loro origini, dalla loro identità e brama di giustizia. Poco distante mi si è fatto incontro un uomo di mezza età per domandarmi se a mio parere ogni palestinese fosse un guerrigliero di Hamas. Da una finestra della sua abitazione sventrata, sventolava una bandiera gialla di Fatah. «Il nostro Kalashinkov è la nostra fede e il nostro onore, difenderemo la nostra terra coi denti e con le unghie come difenderemmo nostra figlia da uno stupro». Se l’obiettivo d’Israele era d’isolare e debellare Hamas dalla Striscia, soffiando sul fuoco di un popolo già diviso da diatribe fratricide, Israele ha ottenuto il risultato contrario, le bombe hanno in parte restituito unità nazionale a Gaza. La cartina di tornasole di questa nuova situazione è rappresentata dalla mukawama, la resistenza palestinese, eroica nel cercare di arrestare l’avanzata dell’esercito di Tsahal. Le lunghe barbe degli islamisti delle brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas, hanno combattuto a fianco dei pizzetti sbarazzini dei guerriglieri marxisti del Fronte Popolare, insieme ai martiri di al-Aqsa di Fatah. Solo il tempo saprà dirci se questa ritrovata unità delle milizie potrà riflettersi sulla società civile e sulla politica.

Lasciando l’ambiente lunare dell’area spogliata di costruzioni di Jabal Al Dardour, ci siamo soffermati davanti a un bambino imbronciato che se ne stava seduto su una collinetta di massi, quel che è rimasto del suo cortile di casa. Gli abbiamo chiesto cosa passasse. Nelle sue semplici parole lasciava intendere che Hamas e la sua resistenza fossero i responsabili di questa catastrofe. Allora Fida, nostra compagna dell’Ism, con fare materno lo ha preso in disparte e gli ha brevemente raccontato la sua storia. Di come i soldati entrarono a Rafah nel 2004 e rasero al suo interi quartieri, esattamente come è successo dove ci trovavamo in quel momento. Allora non c’era Hamas, ma Fatah e il suo leader Arafat era il terrorista, il nemico numero uno da debellare e spazzare via dalla Palestina. Ma invece di Fatah le truppe israeliane anche allora colpirono e uccisero indiscriminatamente decine di civili, radendo al suolo anche la casa della nostra amica. Tornando verso Gaza City l’automobile su cui viaggiavamo è sprofondata in un fosso scavato sull’asfalto dai cingoli dei carri armati.

Il tassista si è voltato dicendomi: «La morte è passata di qui è ha lasciato le sue tracce». Chissà quanto tempo ci vorrà per curare questa terra e cicatrizzare le sue ferite.

Restiamo umani

Vittorio Arrigoni

Da il Manifesto