Cicatrici bipedi e ambulanti

07/01/2010

Tracciando percorsi di ansietà, sagomate su un tatuaggio fresco di sangue, il mio ultimo pezzo del 2009 per Il Manifesto:

Noi siamo gli eletti,

sopravvissuti e sopravviventi di un intramontabile massacro, testimonianze bipedi e ambulanti, condannati alla rivoluzione delle nostre vite come pegno per essere scampati ad una morte scontata. A bombe israeliane che non facevano distinzione fra civile e militare, fra civile palestinese e civile spagnolo, inglese, italiano.

Un massacro che non trova precedenti nella storia moderna: Gaza da immensa prigione a cielo aperto si è tramutata per tre settimane in una sorta di campo di sterminio. I bombardamenti colpivano a tappeto tutta la Striscia, migliaia di profughi disperati da Nord fuggivano a Sud, quelli del Sud a Nord, recitanti dentro, in trappola, senza rifugio. Quando in massa si sono riversati nelle scuole delle Nazioni Unite, credendosi al sicuro dietro le mura dipinte a bianco e blu con gli stemmi dell’ONU, Israele le ha intenzionalmente colpite e ridotta in cenere, dai caccia israeliani, è stata anche la sede dell’ONU nel centro di Gaza city.

Con i miei compagni dell’International Solidarity Movement eravamo entrati nella Striscia come attivisti prima dell’inizio dell’operazione “Piombo Fuso” e ne siamo fuoriusciti come qualcos’altro: quei 22 terribili giorni del gennaio scorso hanno radicalmente mutato quello che siamo oggi.

Leila, la hippy australiana si è rimessa sui libri. Dopo aver raccolto decine di corpi straziati dai cecchini dinnanzi all’ospedale Al Quds, poi dato alle fiamme col fosforo bianco, sarà domani una di quelle fantastiche infermiere senza frontiere inviate nei luoghi più turbolenti del pianeta.

Natalie, la giovane libanese, è certa che i diritti umani sono la sua strada maestra, dopo aver vissuto sulla sua pelle quegli orrori e constatato come quei crimini compiuti “dall’unica democrazia del medioriente” sono rimasti pressochè impuniti.

Andrew, scozzese, si è confinato lontano dal mondo civilizzato, me lo immagino in solitudine a colloquio coi suoi spettri, i miei stessi, per reificare una esperienza impossibile da disciogliere nell’oblio.

Alberto Arce, lo spagnolo, l’ho reicontrato agli inizi di novembre a Firenze, in occasione della presentazione del suo pluripremiato “To Shoot An Elephant”. Poche parole fra noi durante la proiezione del suo documentario, più complici sguardi umidi di commozione, e un continuo passarci una fiaschetta di alcol come palliativo per dei brividi scaturiti dinnanzi alla nostra esperienza sulle ambulanze palestinesi rivissuta sullo schermo. Poi con lui ritrovarsi a discutere su come riuscire a cavar fuori dalle nostre menti la pietra della follia, se con un bisturi o con l’analisi, visto che molti di noi a distanza di un anno sono ancora in cura psicologica.

Semplicemente, non riusciamo ancora a capacitarci di come noi Sì e altri No. Perché mentre corpi umani venivano maciullati tutt’attorno noi l’abbiamo scampata, nella macabra cabala dei bombardamenti israeliani che avevano come obiettivo mirato la popolazione civile, siamo stati estratti a sorte per sopravvivere. Tutti evidentemente afflitti da post traumatic stress. E se lo siamo noi, privilegiati per essere riusciti ad evacuare, vi lascio immaginare come se la passano un milione e mezzo di palestinesi, che oltre a essersi presi in testa tonnellate di armi illegali, non hanno neanche potuto godere del privilegio di una boccata d’aria fuori dalla più grande prigione a cielo aperto del mondo, Gaza. Mentre l’assedio continua smagrendo i ventri affamati e ammalando le menti aride di speranza dinnanzi ad un inarrestabile genocidio al rallentatore. Mentre secondo il capo di stato maggiore israeliano, Gabi Ashkenazi, “la prossima guerra sarà a Gaza”, ancora e ancora, e minacce di nuovi imminenti attacchi sono passeggeri come nuvole tenebrose nel cielo di una Palestina occupata ormai da più di 42 anni.

Congedandosi da me, Alberto mi ha confidato di un neonato intensissimo istinto paterno sbocciato in lui, un tempo insospettato, di come appena tornato in Spagna gli veniva naturale stringere a sé ogni bambino che gli si parava davanti quasi per proteggerlo. E per questo presto diventerà padre. Sia maschio o femmina suo figlio porterà il nome di una delle innocenti vittime dei bombardamenti di gennaio. Israele gli ha  fornito un’ ampia scelta di appellativi possibili sterminando più di 400 bambini.

Tutti noi reduci insieme ad altri 1500 cittadini provenienti da 42 paesi diversi ci siamo dati appuntamento qui al Cairo, per una  marcia che si spera possa fungere da lima per segare le sbarre di Gaza e contemporaneamente cassa di risonanza per dei cittadini del mondo senzienti e sensibili alla pace e ai diritti umani ben consci di quanto è più avvilente il silenzio degli onesti del disprezzo dei violenti.

Restiamo umani

Vittorio Arrigoni

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