Arrestato e deportato da Israele

Vittorio Arrigoni è stato bloccato con la forza dai soldati dello stato ebraico in acque palestinesi, sbattuto in carcere per sei giorni e poi espulso dall’aeroporto di Tel Aviv. Il tutto per aver manifestato a fianco dei pescatori palestinesi contro il blocco che sta strangolando la Striscia e gettando sul lastrico centinaia di famiglie.

Vittorio Arrigoni da Gaza City (29.11.2008)

Il mare era un coltre impassibile, priva d’increspature, martedì scorso quando Darlene, Andrew e io, attivisti per i diritti umani dell’International Solidarity Movement (Ism), siamo salpati dal porto di Gaza a bordo di tre pescherecci palestinesi. Il sole era tiepido, il cielo limpido, totale assenza di vento, si prospettava una giornata generosa di pesce per i nostri amici pescatori. All’incirca verso le 11, siamo stati intercettati e accerchiati da 8 imbarcazioni militari israeliane, che hanno aperto il fuoco attorno ai pescherecci, ci hanno bloccato, poi hanno proceduto al nostro rapimento, noi 3 internazionali e 15 pescatori palestinesi.

Hanno rapito noi e rubato i pescherecci, e condotto noi e la barche dalla Palestina sin dentro i confini d’Israele. Ci trovavamo circa a 6 miglia dalla costa di Gaza, secondo le leggi internazionali in piene acque palestinesi (il trattato di Oslo conferisce sovranità ai palestinesi sino a 20 miglia dalle coste delle Striscia). Per questa ragione non di arresto si tratta, ma di vero e proprio sequestro di persona, e non di confisca dei pescherecci, bensì di furto. Un blitz in piena regola: corpi speciali della marina militare israeliana, teste di cuoio, incappucciati, armati all’inverosimile, per bloccare tre barchette di legno che a malapena stanno a galla.

Ho provato a interloquire con quello che mi pareva essere l’ufficiale israeliano di più alto grado, gli ho domandato se avessero intenzione di uccidermi, visto che più di una decina fra pistole, fucili, canne di cannone, erano rivolte verso di me seguendo ogni mio minimo movimento. Prima che i soldati israeliani saltassero a bordo del mio peschereccio, ho chiesto a lui, a loro, che timore provasse Israele, quale estremo pericolo per la sua sicurezza interna rappresentasse il fatto che dei semplici pescatori palestinesi andassero al largo del loro mare per procacciarsi il minimo sufficiente a sfamare le proprie famiglie.
L’ufficiale israeliano, così ferreo e autoritario nell’impartire ordini in ebraico ai suoi soldati, e a me in un inglese dallo spiccato accento australiano, non ha saputo rispondere a questo mio semplice quesito. È evidente che questi super soldati, tutti muscoli e freddezza, sono addestrati ad uccidere un uomo in meno di un secondo (e quando si tratta di uccidere un palestinese anche meno), senza batter ciglio, ma non sono in grado di comprendere autonomamente il significato di termini elementari come diritto di esistenza, diritto di sopravvivenza.

In quanto ben distanti dai confini israeliani, ho dichiarato all’ufficiale che non riconoscevo la sua autorità, ne tantomeno il diritto di rapire me e i pescatori miei amici. Ho deciso allora di resistere passivamente, in maniera non violenta. Mi sono arrampicato sul tetto del peschereccio, e da lì sull’impalcatura di ferro che funge da gru, a poppa, per issare le reti. Mi hanno inseguito tre soldati, puntandomi le pistole al viso. I loro occhi, dietro i passamontagna neri, mi sono parsi la migliore rappresentazione dell’odio che mai mi è capitato di vedere, un odio impartito in anni di lezioni rimandate a memoria, su come annientare il nemico, anche quando il nemico non esiste. Niente affatto intimorito, ho detto che se era loro intenzione uccidermi, allora si accomodassero, adempissero al loro dovere. Uccidere un civile, italiano, disarmato, su un peschereccio palestinese, a pesca con amici palestinesi, su acque palestinesi. Un quarto soldato allora è sopraggiunto, e ho riconosciuto l’arma che teneva in pugno, una pistola taser. A quest’ultimo ho detto la verità, che sono cardiopatico, che quell’arma avrebbe potuto provocarmi un arresto cardiaco. Il soldato allora si è avvicinato, l’ufficiale ha impartito l’ordine, io ho voltato le spalle a entrambi. Il soldato mi ha sparato sulla schiena, una scarica elettrica mi ha mandato sottoschock, tutti e quattro i soldati hanno cercato allora di spingermi di sotto, un salto da tre metri sulla superficie di acciaio della poppa del peschereccio, mi avrebbe sicuramente comportato serie fratture. Con un colpi di reni mi sono gettato in mare, e con le ultime forze vi sono rimasto, in acqua, nuotando lentamente, verso la riva all’orizzonte, verso Gaza, verso casa. Indifferente ai proiettili intimidatori che colpivano l’acqua a pochi centimetri dalla mia testa, ho nuotato per una buona mezz’ora, seguito a breve distanza dalle 8 navi da guerra, quando i miei denti hanno iniziato a battere senza sosta, e i palmi delle mie mani si sono fatti blu, ho dovuto desistere nella fuga, e lasciare che i soldati mi traessero fuori dall’acqua, malmenandomi. Per poco ho scampato l’ipotermia.

Arrivati al porto di Ashkelon, Darlene, Andrew e io siamo stati condotti fuori dalla nave da guerra israeliana, e lì ci è apparsa dinnanzi una scena agghiacciante: tutti quanti i pescatori stavano inginocchiati nudi, incatenati alle caviglie e coi polsi ammanettati dietro la schiena, bendati. Loro il viaggio, di circa 50 chilometri nautici, se l’erano fatto così, all’aperto in quelle condizioni.

Perché? Per quale motivo Israele nelle veci del suo esercito, dei suoi governi, si macchia quotidianamente di crimini di guerra contro i civili di Gaza? Perché li punisce collettivamente? Impedire a degli innocui pescatori di pescare a poche a miglia dalla costa, nelle loro acque, più in generale affamare la popolazione civile di Gaza imprigionata nel suo assedio, non favorisce certo né un processo di pace, né garantisce più sicurezza a Israele.

Condotti in un carcere a Ben Gurion, eppoi a nella prigione di Ramle, noi tre internazionali abbiamo iniziato immediatamente uno sciopero della fame, con la richiesta di rilascio immediato dei pescatori palestinesi. Cosa che è poi avvenuta.

Io sono stato sei giorni nelle prigioni israeliane, celle anguste e luride, popolate da insetti e parassiti che hanno banchettato allegramente sulla mia epidermide. Ma vengo da Gaza; a essere incarcerato in fin dei conti ci ero abituato. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo, per volontà israeliana. Tutte le industrie hanno dovuto chiudere, più dell’ 80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, a Gaza si registra il più alto tasso di disoccupazione del mondo, non c’è corrente elettrica, né carburante. Gli ospedali necessitano di medicinali, la stragrande parte della popolazione di viveri, e beni di prima necessita. I soldati israeliani mi hanno prelevato dalla prigione a cielo aperto di Gaza solo per condurmi in una delle loro prigioni più piccole, dove quantomeno, a differenza di Gaza, servivano puntualmente un rancio, e c’era per quasi tutto il giorno energia elettrica e acqua potabile.

Sono però stato privato dei mie fondamentali diritti, come quella di poter contattare il mio avvocato, o il mio consolato, a mia discrezione, non a volontà dei miei carcerieri. Inoltre ci tengo a denunciare che nella prigione di Ramle, a venti chilometri da Tel Aviv, sono sepolti vivi centinaia di rifugiati africani, per lo più etiopi, eritrei e sudanesi. Hanno un visto UN in perfetta regola, e in qualsiasi paese che si definisce civile sarebbe stato affidato loro un alloggio ed un minimo per vivere: scappano dalla guerra, non sono mica terroristi. Ma Israele dimostra ancora una volta, che i diritti umani, e più in generale la legge internazionale, è carta straccia fuori dai suoi confini come pure dentro. Andrew, Darlene e io alla fine siamo stati deportati. Non ci siamo appellati alla corte israeliana per non legittimare come arresto quello che la legge internazionale ritiene essere rapimento.

I nostri avvocati si batteranno comunque per la restituzione dei pescherecci rubati dalla marina israeliana. Oltre che la perdita economica per i proprietari delle imbarcazioni, ciò che più ci sta a cuore sono la cinquantina di pescatori disoccupati, la trentina di famiglie palestinesi che da una settimana non ha più di che vivere.
Quelle barche rapinate da Israele sono il simbolo dell’assedio a cui è costretta Gaza, dell’illegalità al limite del terrorismo con cui opera l’esercito israeliano anche al di fuori del suo territorio.

Da Il Manifesto