Free Gaza Movement: O LIVE!!! (ode all’ulivo e alla vita)

25/10/2008

“Ulivo”,
se in arabo è “Zetun”,
in inglese è “Olive”.

Olive,
O-Live!!!,
un’ode alla vita tramandata da generazione in generazione,
fra i popoli di questa terra che da tempi immemorabili si nutrono del suo succo più prezioso.

In Palestina, come per uno scherzo della natura,
l’ulivo, universalmente riconosciuto come il simbolo della pace,
trova il clima più adatto per la sua crescita.

Se la pace da queste parti è solo un miraggio,
anche l’ulivo non se la passa bene;
è infatti in via di estinzione, dalla seconda Intifada,
più di mezzo milione di ulivi sono stati sradicati dalle terre palestinesi.
Per mano militare, o colone, israeliane.
È stato calcolato che gli ostacoli posti tra gli agricoltori palestinesi e i campi coltivati sono oltre 500, cui si aggiungono tutte le complicazioni legate al tracciato del muro dell’apartheid costruito illegalmente da Israele. Quando sarà completo, su nove milioni di alberi di ulivo censiti nella Palestina Occupata, un milione sarà irraggiungibile.

Se nella West Bank i contadini che fanno affidamento sulla raccolta delle olive per sopravvivere, devono subire i ripetuti attacchi dei coloni,
qui a Gaza è direttamente l’esercito israeliano che li sradica,
come ottemperando ad un preciso piano criminale,
per far sì che l’indigenza fra i palestinesi si aggravvi,
fino a che punto mi domando io,
ghetto di Varsavia?

In Palestina, l’ulivo è apprezzato per la sua presenza storica, la sua bellezza, il suo significato simbolico e, cosa più importante per la sua rilevanza economica. Gli ulivi sono una delle principali colture commerciali per la Palestina, e molte famiglie da essa dipendono per la loro sussistenza. Oltre alle famiglie proprietarie dei campi, la raccolta delle olive coinvolge direttamente migliaia di persone, dai raccoglitori ai lavoratori delle macine, passando per chi si occupa del trasporto e della vendita dell’olio, che rappresenta il 22 percento della produzione agricola palestinese.

Sradicare un antico ulivo è come una decisione di confisca della memoria, e forse è per questo che sionisti ed esercito israeliano pare ci provino gusto. Cancellare dalla loro memoria che la terra che stanno occupando non gli appartiene, ma è usurpazione, furto, diritto negato.

Ci siamo recati dai contadini di Beit Hanoun,
e abbiamo raccolto con loro le loro olive,
nei loro campi, vicino al confine israeliano,
dove per due volte mezzi militari e bulldozer hanno invaso,
e raso al suolo ogni cosa.
Compresi migliaia di alberi d’ulivo, molti dei quali vecchi di 50 anni.

L’ultima volta due mesi fa,
scusate, ma non ci avevano raccontato che Gaza non era più sotto occupazione?

I contadini palestinesi di questa zona hanno perso dai 150.000 ai 200.000 mila ulivi.

Abbiamo raccolto con loro perchè mentre ripiantano nella loro terra nuovi ulivi spesso i soldati israeliani gli sparano contro, altre volte li arrestano.

Mahmoud Darwish scriveva:

Hai rubato le mie vigne
e la terra che avevo da dissodare
non hai lasciato nulla per i miei figli
soltanto sassi
e ho sentito che il tuo governo esproprierà
anche i sassi.

Ebbene allora prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore.

Attento alla mia fame
attento alla mia rabbia

Possibile che a Tel Aviv nessuno si renda conto di questa tragica realtà?
Se la fame imposta da Israele ai pacifici contadini palestinesi si tramutasse in cannibalismo, non sarebbe certo una fatalità.

Darwish scriveva anche:

Qui il nostro sangue pianterà
il suo ulivo”.

E in effetti,
hanno raso al suo campo di ulivi
e ci hanno fatto cimiteri.

Hanno sradicato alberi millenari per issarvi fin dentro la terra,
le lapidi di chi di quella terra da millenni si sfamava.

Ora sono i palestinesi uccisi a sfamare la terra, a farsi concime
per nuovi ulivi che dovranno sfidare i cingoli dei carriarmati, oltre le impervietà del tempo,
esattamente come ogni contadino palestinese.

Altri ulivi sono già sorti,
si nutrono della cancrena, del sangue di chi chiedeva solo di coltivare il simbolo della pace.

Facciamo qualcosa per arrestare questa emoraggia,
è un’emergenza.

Restiamo umani

Vik in Gaza

websites della missione: http://www.freegaza.org/
e   www.palsolidarity.org

Per mantenermi qui a lottare per i diritti umani,
per restare umano, ho bisogno di tutto il sostegno umano possibile,
innanzitutto simbolico e, se qualcuno ne ha possibilità, monetario.
Ringrazio coloro di cui ho notizia sino a oggi hanno contribuito finanziariamente alla nostra causa,
l’importo non importa, il gesto è ciò che conta.
Don Nandino (tonaca pasionaria), Cinzia, Sabine, Gabriele ZAX, Daniele, Massimo.
Grazie a tutti voi,

Vik

Vittorio Arrigoni a Gaza, Palestina

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