Diario palestinese in Libano 5: Sabra e Shatila 25 anni di lacrime per Abu Mujahad

08/10/2007

25 anni fa falangisti cristiani agli ordini dello Shin Bet, il servizio segreto israeliano, sotto la direzione vigile del boia Ariel Sharon, allora ministro della difesa, entrarono nel campo profughi di Sabra e Shatila. Coperti dall’esercito israeliano, per tre giorni massacrano liberamente sino alla morte oltre tremila palestinesi, molte le donne e i bambini.

Al difuori della commemorazione ufficiale, con tutto il parterredi politici che ne consegue, più o meno sinceramente compassionevoli, mi sono recato a Sabra e Shatila per dare sfogo a quel denso senso luttuoso maturato in tanti anni. Forse perchè questa volta svestito di alcuna rappresentanza, se non la mia anima trasparante, sono stato accolto da un calore umano privo di formalità.

Abu Mujahad, direttore del centro giovanile del campo, mi ha concesso la sua fiducia e davanti a due tazze di un caffè nerissimo, in barba al ramadan, mi ha fatto partecipe della sua storia.

Abu Mujahad è un sopravvissuto di Sabra e Shatila,

e quando i soldati israeliani hanno rotto l’assedio intorno al campo è stato fra i primi ad entrarvi, nella vana speranza di ritrovare i suoi familiari ancora vivi.

Ciò che mi ha lasciato di stucco del suo racconto
è che per la prima volta nella mia vita ho percepito il ricordo di un dolore non per narrazione di immagini, ma tramite la descrizione di un odore,

l’odore della morte.

Abu M. si muoveva fra quelle macerie e tutti quei cadaveri completamente apatico,
alcuna rabbia o afflizione appesantivano il suo passo, come anestetizzato registrava ciò che osservava come se già allora sapesse che per il resto della sua vita avrebbe dovuto tramandare quella tragedia, affinché la storia avesse memoria e le vittime sopravvivenza nella commemorazione.

Soprattutto registrava l’odore di quel palcoscenico di raccapricciante tragedia,
l’odore della carne abbrustolita, del piombo, delle interiora esplose, l’odore della putrefazione.

Decine di centinaia di corpi stavano a marcire al sole da tre giorni, corpi per lo più mutilati, smembrati, nelle posizioni più grottesche, ricorda Abu M., teste e arti stavano ammucchiati come cose inutili.

Una guernica sculturea, orrorificamente materializzata dalla tela.

Neonati fuoriusciti dal ventre materno non incitati da amorevoli voci

ma dai colpi di machete del più macabro odio.

Non ha pianto per diversi anni Abu M, sinchè un giorno i suoi occhi aridi si sono fatti cascata,
immagino io dinnanzi ai nipoti a cui tramandava le memorie di quei giorni.
Quel pianto gli ha salvato la vita, mi ha spiegato alla fine del secondo giro di caffè,

ciò che invece ucciderà un suo caro amico, anch’esso sopravvissuto, è il sorriso che sfodera ogni volta che riceve dei visitatori forestieri a casa sua. Lui, il suo amico, non è mai riuscito a piangere dopo il massacro, nonostante abbia perso 19 familiari.

Tutta la sua famiglia barbaramente annientata.

“Gli verrà una paresi, un ictus, e morirà così divorato da quel male che ha ingoiato in fondo al suo animo, già si vedono i segni della sua fine imminente”.

Non sono andato a visitare quell’uomo.

Ho salutato Abu Mujahd congratulandomi per la sua attività coi ragazzi,
condividendo con lui che l’educazione è la base del possibile riscatto per questi cuccioli d’uomo trattati come bestie da una stato razzista.

Putroppo per i bambini di Nahr el Bared quest’anno scolastico è compromesso, ma soprattutto, che uomini saranno dopo aver passato più di sei mesi sotto le bombe?
Ci sono traumi indelebili, e nuove Sabra e Shatila paiono sempre in cantiere.

Vik in Libano.

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