Diario palestinese in Libano 4: Ahmed faccia d’angelo

27/09/2007

Per l’ultima volta prima del mio rientro, oggi sono andato a trovare Ahmed, martire miracolosamente ancora vivo, emblema ambulante della tortura e della sofferenza che hanno subito i migliaia di palestinesi del campo profughi di Nahr el Bared, ora raso al suolo.

Ahmed faccia d’angelo aveva 18 anni sino a qualche mese fa, ora, le smorfie che assume quando spaurito si guarda attorno, come a sincerarsi che non stiano tornando a riprenderselo, lo fanno assomigliare più ad un vecchio imprigionato in un corpo da bambino.

Ahmed studente di meccanica a Beirut, era tornato a Nahr el Bared per stare con la famiglia durante le vacanze estive. Trovatosi nel centro del fuoco incrociato fra i guerriglieri di Fatah Al Islam e i soldati libanesi il terzo giorno di battaglia, quando ai civili non era ancora consentito di lasciare il campo, è rimasto seriamente ferito alla schiena dalle schegge di una granata. I soldati libanesi l’hanno condotto in ospedale, ma non in uno civile come credevano i suoi familiari, ma in uno militare, dove ha trascorso 106 giorni subendo torture e vessazioni di ogni tipo.

Sebbene formalmente non incriminato, ma anzi a detta degli stessi soldati non sospettato di appartenere al gruppo di Fatah Al Islam, Ahmed ha trascorso la maggior parte del tempo detenuto con le mani legate e gli occhi bendati, regolarmente pestato. A volte per convincerlo a firmare un foglio che non gli è mai stato concesso di leggere, altre volte per puro svago dei militari presenti nell’ospedale. Sbattuto per terra, o su di un materasso lercio, è rimasto rinchiuso alcuni giorni in uno stanzino oscuro coi soldati che andavano volentieri a fargli visita, a suon di calci e pugni.

I dottori che dovevano occuparsi delle sue ferite si sono dimostrati altrettanto carnefici quanto i picchiatori. Dopo giorni senza cure adeguate (“i dottori si dimenticavano di cambiarmi i bendaggi”) Ahmed ha sviluppato una infenzione che lo avrebbe destinato sicuramente alla morte. Solo per merito delle pressioni della Croce Rossa Internazionale il ragazzo è stato rilasciato, ma anche il giorno della sua liberazione si è consumato il dramma. La madre giunta all’ospedale militare per ricevere il figliolo ferito è stata fatta aspettare per tutto il giorno, Ahmed alla sera è stato dimesso, ma condotto fuori dall’ospedale da una uscita secondaria. Ricorda ancora con livore come i soldati si sono presi gioco di lui: “Guarda, nessuno è venuto a prenderti, alla tua famiglia frega un cazzo di te”. Malconcio, traballante Ahmed si è issato sulle sue fragili gambe e ha cercato di raggiungere un taxi che lo riconducesse ai familiari, ma è crollato subito a terra fratturandosi un piede. Solo grazie all’intervento di alcuni passanti Ahmed ha potuto raggiungere Beddawi. Da lì, alcuni amici volontari internazionali l’hanno poi portato in un ospedale civile libanese, dove hanno convinto i dottori a ricoveralo e rioperarlo, Ahmed ora sta meglio. Ma ai palestinesi in Libano non sono concessi gli stessi diritti che i nostri animali domestici hanno se ricoverati in un qualunque studio veterinaio occidentale. Per cui il decorso post-operatorio Ahmed lo sta trascorrendo sul pavimento di una lurida scuola affollata di profughi a Beddawi, con lui, nell’aula ridotta a dormitorio, sono stese a terra almeno 30 persone, stipate come topi in una fogna.

Il minimo che ho potuto fare io è stato quello di cercare di alleviare le sue sofferenze strappandogli qualche sorriso durante le mie visite:

E raccontare oggi la sua storia come gli avevo promesso.

Vik in Libano.

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