Diario palestinese in Libano 3: bocche che tracimano la diga del terrorismo

20/09/2007

Schivata l’autobomba di ieri di 20 minuti e 10 chilometri in linea d’aria.

Qui in Libano pare che l’intercalare del tempo non sia frazionato in date stabilite dal calendario, ma in periodi di distanza fra una bomba e l’altra.

Quando sei stato l’ultima volta a Beirut? Sì, ma prima o dopo l’ultimo attentato?

Non per turismo stragista, ma per non darla vinta al terrorismo, che si prefigge appunto di terrorizzare, ieri sera sono andato a Jemairah, quartiere di Beirut noto per i suoi pub brulicanti di giovani fino a tarda notte. Quasi tutti i locali avevano le serrande abbassate, mi sono infilato in uno dei pochi aperti, un minuscolo pub pieno di ragazzi piuttosto alticci, il gestore il più sbronzo della serata. Parevano strabattersene della autobomba esplosa poco distante, una festa era in corso ma io me ne sono andato già dopo il secondo bicchiere, tracannato in fretta. Non c’era nulla da ammirare in quei giovani che inizialmente mi illudevo stessero rispondendo come me al terrorismo con la normalità. Erano tutti figli della ricca borghesia libanese, bmw e mercedes belle lustre li attendavano parcheggiate fuori sui marciapiedi. Per una mezz’ora li ho osservati con ripugno.

Guardavo quelle loro bocche sghignazzare, cianciare di vite ignave, bocche che ingurgitavano prelibate pietanze, che si attaccavano al collo di pregiati vini come impegnati in un coito orale, bocche che poppavano come biberon costosi sigari cubani, ingollavano liquore all’anice che non potrà mai essere il medesimo che corrode il mio fegato.

Bocche che tracimano ogni vittima innocente della storia con il palato insensibile al sapore acre del dolore. Bocche che non potevano conoscere il significato del digiuno, quello della miseria intendo, non quello del ramadan, anche se in questo paese spesso i due coincidono.

Ripensavo a qualche ora prima al campo profughi di Beddawi, mentre stavo visitando alcune famiglie recluse in una scuola ridotta ad un dormitorio coperto di sudiciume. Una anziana in quei corridori di palpabile tragedia, mi si era fatta incontro sbraitando e gesticolando in un idioma a me poco conosciuto. Mi indicava il pavimento e ho intuito si riferisse allo spesso strato di sporcizia su cui camminavano liberamente bimbetti di due o tre anni a piedini nudi. Mi hanno spiegato prima che scoppiasse a piangere, che ci teneva a dirmi che non era colpa loro, delle donne, se c’era sporcizia dappertutto. Non hanno neanche i soldi per comprare il detersivo per pulire il pavimento, i profughi di Nahr el Bared. Le promesse di aiuti del governo sono per ora vane.

La mano che ha azionato il telecomando causando diverse vittime civili e l’assassinio del parlamentare antisiriano Antoine Ghanem è ignota. Ma non pensate, tutto il mondo è paese, anche l’emisfero del terrorismo non fa eccezione. I mandanti si devono cercare fra chi otterrà nel breve e lungo termine più vantaggi da questo attentato, e domenica in Libano si elegge il nuovo presidente…

ps. Dimenticavo, sono a Beirut perchè fra un’ora mi accingo a portare un cordoglio maturato in tanti anni, ai sopravvissuti di Sabra e Shatila. Un impegno doveroso?

Di più, un obbligo morale.

Vik in Libano.