Diario palestinese in Libano 2: lividi di livore e indifferenza

16/09/2007

I generali libanesi odiano i profughi della Palestina perduta,
anche se non lo danno a vedere.

Gli hezbollah sono dei fieri guerrieri,
vendicatori stoici dei soprusi subiti dai loro consanguigni arabi malearmati,
ma l’archetipo di società hezbollah è un arcaismo secolare che stona con la storica laicità di chi guidava le sorti di questi popoli.

Degli israeliani non ne parliamo,
giacchè lo spauracchio del ritorno di 5 milioni di palestinesi in Israele
è la scusa accampata dal governo di Tel Aviv per orchestrare l’opinione pubblica contro l’eventualità di dover negoziare un trattato di pace, che preveda la risoluzione della questione dei profughi.

Il governo Siniora, come tutti i precedenti governi libanesi, non ha alcuna intenzione di concedere uno straccio di diritto di cittadinanza ai rifugiati.

Per intenderci, i 400 mila profughi palestinesi in Libano per legge non possono esercitare più di 70 professioni in Libano, non possono esercitare nessuna professione liberale, non possono comprare una casa al di fuori del campo, non hanno diritto alla pubblica sanità nè ad un passaporto.

Il tasso di disoccupazione raggiunge il 42%, il tasso di mortalità infantile e maternale è altissimo (239 per 1000).

C’è tutto un odio che ristagna
attorno alle catapecchie del campo profughi di Beddawi.
Ci si sente oppressi da razzismo e cocente indifferenza sino a soffocare.
Un livore che aleggia al di fuori del campo come un rapace implacabile
pronto a planare per fare a brandelli ogni teorema di convivenza pacifica.

La sera, interrotto il digiuno, mi dirigo per un paio di ore verso la Tripoli antica,
dove dinnanzi ad un bicchiere di araq scarabocchio le storie che ho ascoltato durante il giorno.

Mi è capitato già un paio di volte d’incontrare tutto questo livore proiettato nei miei confronti, quando il nazionalista libanese di turno comprende perchè sono qui e dove passo le giornate.

Per il mio vissuto,
ma in special modo per quello a cui qui quotidianamente assisto,
è difficile a volte mantenermi nell’etica gandhiana a cui aspiro,
l’altra sera i commenti di un fascista falangista cristiano maronita hanno superato il valico della mia tolleranza.
E quel bicchiere di araq mi si è frantumato in mano.

Coltellate verso il mio cuore malconcio,
sono certe invettive per cui i palestinesi non solo sarebbero i primi responsabili della loro tragedia, ma di ogni male nella regione mediorientale.
Per esempio l’opinione pubblica libanese è convinta che nell’ultimo conflitto a Nahr el Bared i profughi fossero tutti complici dei guerriglieri di Fatah Al Islam, mentre in realtà ne sono stati le prime vittime.

Dalle decine di profughi palestinesi con cui ho parlato non ho mai sentito una sola parola di sostegno per questo gruppo armato, semmai di disprezzo.
E’ la certezza conclamata che gli uomini di fatah al islam non facessero parte della comunità dei campi.
Infatti questi mercenari, stipendiati in dollari secondo i beneinformati,
erano arabi di diverse nazionalità, pochissimi i palestinesi.

Gli stessi Fatah e Hamas all’interno del campo si stavano preparando per combatterli.
Purtroppo i media hanno trasmesso solo la versione del governo,
e i duecento caduti fra i soldati hanno elevato al rango di eroe la figura dell’esercito libanese, relegando 40mila profughi innocenti sullo stesso piano di un qualche centinaio di estremisti bellicosi.

Comunque nelle mie scorribande serali  frequento anche un altro Libano più liberale e tollerante, una generazione di ventenni con la mente sgombra da tutte queste barriere di pregiudizio, eredità di una guerra civile che non ha mai seppellito l’ascia di guerra.
Sono studenti univesitari che sbarcano il lunario lavorando come camerieri e fattorini per poche lire, tutti politicamente fortemente schierati verso una sinistra comunista.

……..

Ora dovrò qui riferire  di oscenità,
lo strascico dietro il conflitto nel campo profughi di Nahr Al Bahred.

A Beddawi ci hanno mostrato foto e video di maltrattamenti,
vere e proprie torture che hanno subito i civili palestinesi da parte del glorioso esercito libanese.

Non paiono essere episodi isolati ma piuttosto di routine,
ho parlato con alcuni di questi giovani  che hanno subito o testimoniano di percosse e umiliazioni cercando di oltrepassare i checkpoints che circondano il campo.

Dopo il lavoro,
ogni giorno mi reco in visita da Ahmed,
che sfortunatamente trovatosi nel centro del fuoco incrociato fra esercito e guerriglieri,
è rimasto seriamente ferito.
Condotto in un ospedale militare ha subito torture e vessazioni di ogni tipo,
E’ un miracolo che sia ancora vivo,
ma renderò conto della sua storia più innanzi.

La punizione collettiva che subiscono i palestinesi qui come in Palestina,
come ovunque,
per mezzo di governi che si professano amici del nostro
è un crimine non solo contro questa comunità di uomini che vive di stenti,.
ma per ogni uomo che dovrebbe avere a cuore la difesa dei diritti umani
piuttosto che crogiolarsi da benestanti dietro roccaforti di confort e inedia.

Per quanto mi riguarda sono fiero di questo ulteriore pezzetto di vita che percorro a fianco di questa gente,
c’è molto più da imparare sulle soglie delle baracche dei diseredati che nelle università occidentali dagli usci lustri coi pomelli d’oro.

Vik in Libano

ps.

Connessioni tortuga e tastiere in arabo rendono ardimentosa l’interazione con questi spazi guerrilleri, ringrazio tutti coloro che mi hanno espresso sostegno e conforto. Anche i silenti.

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