Diario palestinese in Libano 1: i profughi dei profughi

12/09/2007

Nel campo profughi di Beddawi sono concentrate le migliaia di persone da Nahr el Bared,
raso completamente al suolo. L’esercito ne circonda ancora le macerie.
A nessuno è concesso di metterci piede, allora abbiamo convinto con pochi dollari un soldato libanese a scattare delle foto al suo interno.
Una volta svillupato il rullino,
per molti palestinesi è significato avere la certezza d’aver perduto casa e bottega.

Alla mia memoria quelle foto ricordano tremendamente il giorno dopo il massacro di Jenin.

La situazione è al limite della crisi umanitaria a Beddawi,
con centinaia di sfollati affollati nelle scuole trasformate in centri di accoglienza.
Si dorme per terra e le condizioni igenico-sanitarie sono alquanto precarie.
Non vi è modo di cucinare ne di conservare il cibo.
Il governo libanese consegna delle razioni, che diversi hanno rifiutato per orgoglio,
la sistemazione è momentanea, ripete il governo,
ma sino a quando?
L’inverno non è distante e bisogni come riscaldamento e acqua calda non sono secondari.

Siniora e il compare Hariri è ovvio non godono di molta popolarità fra i palestinesi profughi dei profughi.

La Palestina è ovunque,
nei drappi sventolanti di Fatah, ovunque, ma anche in alcuni poster di Yassin e Ramtisi.
Nei graffiti di Naji AL ALi e Latuff che edulcorano l’amaro grigiume di cemento nudo e lamerie che compongono l’anima di  questa enorme baraccopoli.

La Palestina si tramanda,
nelle vivaci voci dei bambini che inneggiano all’intifada o al loro diritto di ritorno nella patria originaria.

La Palestina si traduce in disperazione,
negli occhi degli anziani che si fanno lustri al narrare dei miei racconti palestinesi.
E si chiedono, ci domandano,
quale paradosso assurdo permette a noi stranieri di calpestare liberamente le loro terre,
mentre a loro è negata la sola vista di lontano di quelle stesse terre che appartengono legittimamente
al loro padri e ai loro nonni.

Nelle loro rugose mani stringono ancora quelle chiavi
che aprivano case che ora non ci sono più.
Laggiù Israele ha edificato il suo impero di soppraffazione.

Beh, se è per questo anche a me oggi Israele nega il diritto di entrare in Palestina.

L’essere stato nelle prigioni di Tel Aviv è quasi una medaglia al valore conficcata sul mio petto sanguinante…

Solidarizziamo in ogni angolo,
abbiamo visitato malati e feriti di guerra,
famiglie ammassate una sull’altra in stanza microcospiche,
ma dotate di macroscopica dignità, offrendoci il loro umile the alla menta.
Intratteniamo frotte di bimbi dagli occhi che sono i miei stessi prima che maturità e le pochezze della nostra vita europea
cavarono diversi anni fa.

Ho dato una mano nell’ambulatorio in cui convergono molti feriti,
con semplici mansioni,
prima di dedicarmi ad attività più consone al mio fisico che nonostante trasandatezza trabocca di energia, specie dinnanzi all’ingiustizia.

Mi sono tramutato quindi in muratore,
e il lavoro che porto avanti di concerto con altri 6 muratori arabi,
è l’ampiamento proprio di quell’ambulatorio che non sa più come soddisfare le richieste di pronto soccorso
per tutte quelle ferite che la piega dell’esistenza stessa di un campo profughi produce a ritmo insostenibile.

Per domani gli aruspici islamici dell’arabia saudita hanno decretato esserci l’inizio del Ramadan,
e per me in particolare significa che quelle 8 ore di lavoro sotto di un sole impietoso,
saranno portate avanti senza cibo e senza acqua, almeno sino al tramonto.

Ammetto di essere piuttosto fuori allenamento.

Qualcuno sia così generoso di serbare per il mio ritorno una birra in fresco,
anche solo un refrigerio ideale.

Vik in Libano.