DIARI CONGOLESI: Prologo

14/08/2006

Riemergono,
le ferite stantie sulla terra rossa
erosa da una pioggia gravida di epidemia.

Le ferite di guerra  che sfaldano il suolo
rilevano tutto il putridume di milioni di corpi malinumati.

Si ripropongono,
nelle cicatrici sulla pelle d’ebano
di Giovani mai stati giovani.

La guerra corre sulle labbra di un popolo intero,
come racconti terribili
sulla bocca di un pazzo affetto da logorrea irreversibile.

E ci grida di:
violenza carnale,
granate cadute dietro casa,
amputazione,
saccheggi,
del calare della notte inteso come terrore e lutto.

Nel controllare e porre il timbro sul mio passaporto,
al confine col Rwanda,
ho notato che l’agente di frontiera aveva entrambi i bracci mutilati.

L’ho salutato allora,
con una forte stretta di mano,
la stessa mano con cui l’occidente dei wazunghi
si è preso cura in questi anni dei destini di questi uomini sofferenti
(un moncherino compassionevole si è mosso verso il mio braccio invisibile).

Con gli occhi grandi come i grandi laghi del Kivu,
i figli diseredati del Congo ci scrutano,
e in quegli enormi pozzi di pece,
vergognosamente andiamo a nasconderci la colpevole coscienza.

Perchè nel riflesso di quei cristallini laghi
come nelle pupille nere incredibilmente dilatate dei bimbi,
vige ancora l’abnorme offesa,
quelle migliaia di morti che nei laghi venivan gettati,
ora sgombri dalla vista
mai rimossi dallo sguardo di ogni congolese.

Non ci sono specifiche pregiudiziali verso l’uomo bianco,
ma l’onore di essere visitati
dai parenti stretti
di quei generali neri che li hanno trucidati.

Nella memoria storica di un vecchio cieco,
nel passo incerto di una bella donna
che da bimba fu rapita e poi stuprata,
ho scoperto quale chiave apre quelle fosse comuni
che qualcuno volle non fossero mai scoperchiate.

Sbattute in faccia all’opinione pubblica mondiale.

Ho scavato a mani nude
e fra le mani sono emersi femori,
crani tumefatti, e costole con incisioni come fossero graffiti,
meglio,
griffate.

Molte recitavano “Etats Unis”
altre “Made in Europe”
altre ancora “Cadeaux d’Italie”.

Lercio d’infezione,
Infetto irreparabilmente anche me stesso
Ho cercato lo spiraglio per tornare indietro,
fuoriuscire da quell’orrore di guerra.

Ma ogni porta alle mie spalle era sprangata,
senza serratura,
e quelle poche con una combinazione
che ho voluto scordarmi.

Non rimaneva che del lucido da scarpe
in fondo al mio zaino.
Spalmato sulla mia pelle latteo-spettrale
che mi facesse apparire meno appartenente a quell’immonda gente
che diamanti e oro indifferentemente continuavano a cavare fuori
dalle carcasse di innocenti ammazzati.

Alla fine con tutta l’umiltà di cui sono ancora capace,
non più muzungu, finalmente africano pure io
mi sono messo a marciare a fianco di 26 milioni di eroici congolesi,
sulle loro marcite strade, verso un nascituro rinascimento.

Accompagnando il Congo verso l’elezione
in cui noi avrem dovuto essere i testimoni eletti,
un poco presuntuosi,
ci siamo tutti presto resi conto che l’Africa
ancora una volta,
ci stava impartendo una lezione.

Di Democrazia allo stato puro,
d’incredibile fame di Pacificazione.

Vik alias guerrilla radio