DIARI CONGOLESI 2: la lezione di un’elezione

25/08/2006

Proseguo con lo stralcio dai miei diari Congolesi, l’impressione dell’espressione delle elezioni in Congo, come si è impressa nella mia mente scuotendo il mio animo; nell’ambito della nostra significativa missione come osservatori volontari tramite i Beati Costruttori di Pace. g.r.

Democrazia allo stato puro, stato brado, al di fuori di quei meccanismi egoistici che dalle nostre parti ci portano a votare per i partiti politici più vicini alla nostra classe sociale, o dottrina di fede,  o regione di provenienza, insomma a meri calcoli individualistici sul proprio personale tornaconto. Il phatos collettivo che ha condotto quasi 26 milioni di congolesi a votare è stato il medesimo spirito passionario, inserire quel maledetto lenzuolo di carta malpiegato nell’urna nella convinzione di aver espresso un voto per la pace, ma una pace assoluta per tutto il Paese.

Non importa la scelta, ma l’intenzione dei votanti. E l’intenzione per la pace, è stata quella di prendere per una volta nelle proprie mani le redini di un destino da sempre mosso da cinici burattinai oltreconfine. La pressoché totale assenza di violenze e intimidazioni intorno ai seggi, è la cartina di tornasole su di una coscienza popolare che ha virato verso la volontà rivoluzionaria per il Congo di mettere fine ai suoi conflitti intestini.

E se fortunatamente nel bel mezzo della guerra noi non ci siamo ritrovati, la sua ombra funesta era però tangibile un pò ovunque, e i suoi strascichi come tentacoli minano l’ipotesi di convivenza pacifica.

Per quanto mi riguarda, la guerra, puttana, mi si presentava  nei racconti sulle labbra tremanti delle sorelle Dorotee a Bukawo, che mi narravano di quando una bomba è precipitata nel giardino del vicino, o di quando i guerriglieri entravano da loro, legavano  i custodi puntavano i fucili alle loro tempie e si facevano consegnare quel poco fra viveri ed elemosine che avevano racimolato per i più poveri.

Durante le nostre perlustrazioni nei vari villaggi, la guerra era da sempre impressa in alcuni sguardi spauriti, in discussioni casuali con passanti, in occhi di ciechi che iddio sa cosa avranno mai visto, in cicatrici sulla carne spoglia, in alcoolsti che, con mia viva meraviglia non erano maltrattati dalla comunità, ma stranamente compatiti, e Giampaolo (mio partner in questa missione) mi ha suggerito che chissà anche loro cosa avevano subito, o forse peggio, quali atrocità avevano  dovuto compiere per difendere se stessi, la famiglia o la terra. Tutta una umanità reduce da una violenza che non si è ancora redenta.

L’ultimo giorno dalla parti di Kalehe, ci siamo fermati a ristorarci in una bettola la cui insegna recitava: “chez mama duble” (abbiamo scoperto successivamente il perchè di tale affissione, la mamma in questione era un donnone sui duecentochili…), all’interno divorando un foù foù ho notato su una delle pareti in legno dei disegni in pastello, gli stessi disegni che i bambini palestinesi imprimono sul foglio quando li si lascia disegnare in libertà. Scene di caccia. Sì, ma caccia all’uomo, con sparatorie e sgozzamenti.

Quale futuro si profila per una società i cui cuccioli d’uomo, proiettano tali incubi fuori di sè con totale naturalezza? Anni di sostegno psicologico, per lenire quei traumi, ma in Congo chi ha tempo??? Il dì di festa delle elezioni ha in parte attutito questi miei stati di scoramento. Il mondo civilizzato ha ricevuto una lezione da quello ancora civile.

Mi chiedo se è più sottosviluppato un paese che si muove in massa ancor prima dell’alba verso le urne, vestiti di stracci, a piedi scalzi, camminando per chilometri, piuttosto che il misero 50% di aventi diritto al voto che alle ultime elezioni statunitensi han ritenuto doveroso alzare le chiappe dal divano ikea dinnanzi al televisore al plasma e andare magari a ricaccare a calci nel suo ranch texano l’attuale presidente Usa che governa il mondo.

Encomiabile il lavoro dei membri dei vari bureaux de vote, in particolare i nostri osservati speciali durante lo spoglio. Spoglio che mi ha riportato alla mente una vecchia pellicola: “Non si uccidono così anche i cavalli?”
-14 ore consecutive,
-niente cibo
-niente acqua
-porta sprangata,
-chi è fuori è fuori, chi è dentro rimane dentro,
-olezzo irrespirabile di umanità sporca sprovvista di deodorante (noi wazungu in primis…)
-luce fioca di lampada al centro della stanza
+ a fare da faro per zanzare malariche fuori rotta che per altro.

Nonostante sussisteva una tacita competizione fra gli assesseurs e i temoins su chi cedesse prima sotto le brame di morfeo, erano i ceffoni di un corpulento presidente a ristabilire il numero legale del bureau di depoullement, più rinsavente di un qualsiasi doppio caffè espresso.

Se stoici i membri del seggio, come è stato certificato dalle emozioni di ciascun volontario, commovente è stata la catena umana di congolesi in cerca, tramite il gesto del voto, di equità e giustizia. Come non poteva aprircisi il cuore la vista di tutte quelle donne che sparivano dietro l’isoloir con il bimbo attaccato al capezzolo, a poppare un siero che era insieme latte materno e testamento non verbale d’indipendenza, di possibile rivincita.

Scherzavo con JeanPaul, sul fatto che un ragazzo da più di un quarto d’ora sostava nella cabina elettorale indeciso sul da farsi, e la sua scheda la girava e la rigirava, gli ho dato di gomito: “un tantino indeciso il ragazzo eh?”, sottolineando come allungasse a dismisura la media dei tempi di voto da registrare nella nostra valutazione. Avrei voluto prendermi a schiaffi.

Perchè quando mi è sfilato innanzi dopo 20 minuti buoni, ho scoperto sul viso del ragazzo che l’occhio sinistro era completamente spento, e quello destro anch’esso parecchio messo male. Avrebbe potuto tranquillamente chiedere l’ausilio che in quel seggio era riserbato agli analfabeti, ma il ragazzo non l’ha fatto. Come abbiamo notato non fare da altre decine di votanti in difficoltà.

Lì dentro l’isoloir oscuro, lui, quasi totalmente cieco, ha preferito fare da solo. Si stava consumando l’evento eccezionale, il SUO MOMENTO. La libertà è un bene così prezioso, ce ne si rende conto quando viene a mancare, o nel MOMENTO in cui ci viene restituita.

E domandatelo a Mandela, come ad ogni congolese, ma giammai a uno di quelle migliaia di giovani nostrani che ci tengono a farsi rinchiudere in una casa per mesi spiati dalla telecamere…

Abbiamo visto lungo una fila votare una bambina, voto irregolare? No, era una donnina, una donna-bonsai, pigmea, il voto più palese delle elezioni del Kivu, anche lei arrancava x arrivare all’inchiostro nell’isoloir, non ha voluto farsi aiutare a votare, paura che qualcuno le appoggiasse il dito sul viso di Bemba??? (ndb. jean pierre bemba prossimo al ballottaggio per le presidenziale, in passato faceva praticare il cannibalismo ai suoi guerriglieri nei confronti dei poveri pigmei…)

Il nostro amico Justine, ha evocato quelle lunghe file ancora al chiaro di luna dinnanzi all’apertura dei seggi, come file di fedeli in attesa di ricevere la comunione, a me in una versione più laicista hanno evocato alcuni vecchi documentari che in Italia mostravano giovani uomini e donne, parecchio malmessi, marciare sulle montagne verso una speranza di libertà, li chiamavano partigiani.

Vittorio Arrigoni
alias guerrillaradio,
l’ultimo dei sessanta volontari coinvolti.