Intervista ad uno degli assassini di Vittorio

Vittorio ArrigoniIl caso non è chiuso

di  Michele Giorgio

Gaza city

C’è un’atmosfera strana per le strade di Gaza, le stesse strade che percorreva Vittorio Arrigoni per raccogliere testimonianze e notizie da riferire ai tanti che lo seguivano dall’Italia. Regna una calma insolita. Il traffico automobilisco è meno caotico del solito, poche persone in giro, ragazzi e ragazze che vanno a scuola.

A rompere questa monotona routine nei pressi della Mezzaluna Rossa un corteo del Fronte democratico a favore della liberazione di Samer Issawi, in sciopero della fame in un carcere israeliano. Ma è solo una calma apparente. A pochi chilometri di distanza ci sono i problemi di sempre, quelli che denunciava Vittorio.

Le campagne orientali di Gaza, le più fertili, sono inaccessibili ai contadini perché vicine alle linee di confine con Israele e i soldati aprono il fuoco senza esitare contro chi osa entrare in quella sorta di «fascia di sicurezza».

I pescatori continuano a poter gettare le reti in un tratto minuscolo di mare e rischiano grosso se oltrepassano i limiti imposti dalla Marina israeliana. A complicare il quadro, fornendo a Israele pretesti per stringere l’assedio su Gaza, ci sono stati nei giorni scorsi alcuni lanci di razzi da parte di militanti salafiti, alcuni dei quali sono stati arrestati dalla polizia di Hamas.

È una giornata strana anche per chi scrive. Una giornata di profonda amarezza. Ad attenderci nella prigione “Centro per la Riabilitazione del detenuto”, nel quartiere Katiba di Gaza city, ci sono i tre giovani palestinesi condannati per il rapimento di Vittorio. Due anni fa, in queste ore, Vik era già nelle mani di un sedicente gruppo salafita e nel corso della notte sarebbe stato assassinato dai suoi rapitori.

Il processo di primo grado ha condannato Tamar Hasasnah e Mahmud Salfiti all’ergastolo, pena poi ridotta in appello a 15 anni. Il terzo imputato, Khader Jram, ha visto la sua condanna scendere da 10 a cinque anni.

Non è stato facile ottenere i permessi per entrare nella prigione. Alla fine il ministero dell’interno di Hamas ci ha concesso il via libera e ora siamo qui davanti all’ingresso del carcere. In attesa dei controlli di sicurezza, ripassiamo nelle mente le tante domande che vorremmo fare a coloro che hanno colpito un giovane tanto seguito in Italia e tanto rispettato dai palestinesi e che aveva dedicato a Gaza gli ultimi anni della sua vita.

Il tempo che ci viene concesso però è limitato e nella stanza dei colloqui della prigione troviamo ad attenderci solo due dei condannati, Hasasnah e Jram. Salfiti non si è presentato. Jram, scuro in volto, ci dice che non risponderà alle nostre domande e che intende soltanto assistere all’incontro. Hasasnah al contrario si mostra disponibile, conciliante. C’è anche una guardia del carcere che sembra tenere d’occhio più noi che i detenuti.

L’intervista a Tamer Hasasnah comincia.

Sono in corso le commemorazioni di Vittorio Arrigoni. Il dolore per il suo assassinio è sempre forte, in Italia e tra i suoi amici palestinesi. Tutti si chiedono perché avete rapito un sostenitore accanito della causa palestinese, che lottava per i diritti della popolazione di Gaza?

È stato un errore di cui ci siamo resi conto soltanto dopo.

Rispondi alla mia domanda, perché avete rapito Vittorio?

Volevamo dargli una lezione. Da tempo giravano voci sul suo comportamento, sul suo modo di vivere contrario ai nostri valori di musulmani e di credenti. Conduceva una vita priva di moralità e per noi questo non andava bene. Un nostro collega alla Difesa Civile (tutti i condannati per l’assassinio di Vittorio facevano parte degli apparati militari di Gaza, ndr) ci ha detto di averlo visto in compagnia di ragazze musulmane, di ragazze palestinesi, anche a casa sua. Per noi questo è inaccettabile. Perciò abbiamo pensato di prenderlo, di dargli una lezione e poi di liberarlo.

In tutta sincerità, questa versione non convince. Vuoi dire che il giordano Abdel Rahman Breizat (capo del gruppo di rapitori, ucciso assieme al suo braccio destro Bilal Omari in uno scontro a fuoco con la polizia, ndr) sarebbe venuto apposta dall’estero a Gaza per pestare Vittorio perché lo avevano visto in compagnia di qualche ragazza del posto? È davvero difficile crederlo. Tu lo conoscevi bene Breizat, chi era?

Breizat non era nuovo di Gaza, era qui da tempo e aveva tanti amici. Ormai viveva a Gaza, faceva parte della nostra gente. Io non lo conoscevo bene, per me era solo un bravo musulmano e questo mi bastava.

Quindi voi negate di essere dei salafiti, di aver fatto parte di una cellula di Tawhid wal Jihad che aveva deciso di rapire Vittorio per scambiarlo con lo sceicco al Maqdisi incarcerato a Gaza?

Parlo a nome mio e degli altri due (Jram e Salfiti) in prigione. Noi non facevamo parte di alcun gruppo salafita. Abbiamo saputo dopo che Breizat e Omari avevano in mente un piano per liberare al Maqdisi, noi non ne sapevamo nulla. Durante gli incontri (prima del rapimento, ndr) avevamo discusso solo di come punire Vittorio.

Questo non corrisponde ai verbali degli interrogatori che sono stati diffusi dall’ufficio del procuratore militare. Avete dichiarato che il sequestro aveva come obiettivo la liberazione di al Maqdisi, teorico di Tawhid wal Jihad e maestro di Breizat. E comunque se intendevate solo spaventare e picchiare Vittorio non avevate bisogno di mettere in piedi un piano tanto articolato, di affittare una casa per nascondervi l’ostaggio e via dicendo. Questa è la preparazione di un rapimento a tutti gli effetti.

Ripeto, noi tre non sapevamo delle intenzioni di Breizat e Omari. Interviene Khader Jram, che a bassa voce commenta «…questa non è un’intervista ma una indagine… basta!». Riprende a parlare Hasasnah: «Il processo d’appello ha riconosciuto che noi tre non c’entravamo nulla con il sequestro a scopo politico ideato da Breizat e Omari. L’intervista è durata già abbastanza, finiamola qui.

Aspetta, ancora qualche domanda. Molti di quelli che hanno seguito il processo, me compreso, ad un certo punto hanno percepito una strategia degli avvocati della difesa volta a scaricare tutte le responsabilità sui vostri compagni uccisi che non possono smentire le vostre affermazioni. E non pochi sospettano che questa vicenda abbia avuto una regia esterna.

Sono illazioni, sospetti senza fondamento. Come ho già detto, i giudici della Corte d’appello hanno riconosciuto che non siamo responsabili per l’uccisione di Vittorio. Io mi sono consegnato spontaneamente alla polizia (ciò non trova conferma nei verbali, ndr) quando (il 14 aprile) ho saputo che Breizat e Omari avevamo messo in internet un filmato in cui chiedevano alle autorità uno scambio di prigionieri.

Ci rivolgiamo a Khader Jram, che per un attimo smette di guardare in basso e alza la testa.
«Tu lavoravi alla stazione dei vigili del fuoco di fronte al palazzo dove Vittorio aveva abitato per diverso tempo. Perciò lo conoscevi, sapevi del suo impegno per i diritti dei palestinesi e per Gaza. Secondo le indagini tu lo hai seguito e hai riferito ai tuoi compagni dei suoi movimenti la sera del rapimento, il 13 aprile. Perché lo hai fatto, Vittorio era un tuo amico».
Jram tace e abbassa di nuovo lo sguardo. Al suo posto risponde Hasasnah.
«Khader ha già detto che non vuole parlare. Conoscevamo tutti Vittorio, chi più chi meno, ma non sapevamo ciò che faceva per i palestinesi».

Allora spiegalo tu perché avete preso di mira un amico del popolo palestinese. Vittorio ve lo avrà chiesto tante volte quando lo avete rapito.
Io Vittorio l’ho visto solo per qualche attimo quando lo abbiamo portato in quella casa, poi sono andato via e la sera dopo sono stato arrestato. Non so cosa abbia detto dopo. La signora Egidia Beretta, la mamma di Vittorio, da due anni attende di conoscere la verità. Cosa ti senti di dirle in questa occasione. Ciò che abbiamo fatto è stato sbagliato, per questo chiedo scusa e perdono.

Il sequestro e i sequestratori

Vittorio Arrigoni, attivista italiano in Palestina, pacifista radicale e collaboratore di questo giornale, fu rapito all’uscita da una palestra di Gaza. In un video immediatamente diffuso e pubblicato su You Tube, Vik Utopia, come amava chiamarsi in rete, venne pubblicato bendato e legato. I rapitori accusavano l’Italia di essere uno «Stato infedele» e l’attivista di essere entrato a Gaza «per diffondere la corruzione». Venne inoltre lanciato un ultimatum, minacciando l’uccisione di Arrigoni entro il pomeriggio del giorno successivo se non fosse stato liberato lo sceicco Abu al Walid al Maqdisi e alcuni militanti jihadisti detenuti nelle carceri palestinesi.
Il giorno successivo, il corpo senza vita di Arrigoni venne rinvenuto in un’abitazione di Gaza. Secondo le forze di sicurezza di Hamas, la morte sarebbe avvenuta nella notte tra il 14 e il 15 aprile per strangolamento. Il 19 aprile 2011 le forze armate di Gaza penetrarono nel campo profughi di Nuseirat per arrestare i rapitori. Due terroristi – tra cui il capo, il giordano Abdel Rahman Breizat – rimasero uccisi in un conflitto a fuoco, mentre un terzo venne fermato. Il processo di primo grado si concluse con due condanne all’ergastolo per omicidio e altre due a 10 anni e 1 anno di carcere per rapimento e favoreggiamento. Le pene sono state ridotte in appello.

Fonte: Il Manifesto

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