Vittorio Arrigoni: quindicesima udienza del processo

Fango sulla figura di Vik. La strategia degli imputati

di Michele Giorgio

Gaza, 12 aprile 2012
Nel giorno della prima udienza vera del 2012, tre dei quattro imputati per l’assassinio di Vittorio Arrigoni hanno lanciato un insidioso tentativo di gettare fango sulla figura dell’attivista e giornalista italiano. Ritrattando in buona parte le confessioni che avevano reso negli interrogatori seguiti all’arresto da parte della polizia di Hamas, i tre – Mahmud Salfiti, Tamer Hasasnah e Khader Jram – hanno recitato, davanti ai giudici della corte militare di Gaza city, la parte dei giovani difensori delle tradizioni sociali «minacciate» da un presunto stile di vita troppo «liberal» di Vittorio. «Volevamo dargli soltanto una lezione, gli altri intendevano ucciderlo ma noi non lo sapevamo», hanno proclamato i tre cavalieri della moralità.

Un passo vergognoso, vile, frutto di una strategia precisa degli avvocati della difesa, che mira a macchiare l’immagine di Vik che di Gaza aveva fatto la sua bandiera e che ai diritti dei palestinesi aveva dedicato negli ultimi anni il suo impegno politico ed umano. Vittorio conosceva bene le tradizioni di Gaza, rispettava la sua gente ed era attento a non turbare le sensibilità locali. Le insinuazioni sulla vita privata di Vittorio appaiono ancora più gravi mentre migliaia di italiani e palestinesi hanno avviato decine di iniziative, molte delle quali proprio a Gaza, per l’anniversario dell’assassinio avvenuto il 15 aprile dello scorso anno.

In un’aula ieri gremita di amici e conoscenti di Vittorio, tra i quali la cooperante Meri Calvelli e la fotoreporter Rosa Schiano, gli imputati Jram, Hasasnah e Salfiti, hanno sostenuto di aver confessato la loro partecipazione al rapimento e all’assassinio dell’italiano «sotto la forte pressione» degli inquirenti. Hanno quindi smentito di aver preso parte al sequestro allo scopo di ottenere la scarcerazione dello sceicco al Maqdisi, un capo del gruppo salafita Tawhid wal Jihad detenuto a Gaza. Più di tutto hanno negato di essere stati a conoscenza di un piano per uccidere l’attivista italiano. A loro dire questo piano era stato concepito dai due «capi» del gruppo di rapitori, il giordano Abdel Rahman Breizat e Bilal Omari, rimasti uccisi poco dopo l’assassinio di Vittorio in uno scontro a fuoco con la polizia. È evidente il tentativo degli avvocati della difesa di far ricadere tutte le responsabilità su Breizat e Omari che non possono raccontare la loro versione dei fatti.

La prossima udienza è fissata per il 14 maggio e secondo alcune voci potrebbe essere l’ultima prima della sentenza.

Da Il Manifesto

Annunci