Vittorio Arrigoni: il processo a Gaza

Verità e giustizia cercasi. In stallo il processo a Gaza (di *Gilberto Pagani)

Il processo Arrigoni a Gaza è giunto ad una fase di stallo.
Dopo 10 udienze (il processo in realtà è iniziato a luglio e vi è stata un’udienza anche ad agosto, anche se la cosa si è appresa solo recentemente) si può dire che non si sono fatti passi avanti nella ricerca della verità.
Ad ogni udienza si ripete la pantomima pseudo-garantista per cui di volta in volta la Procura Militare si degna di fornire brandelli di elementi di prova raccolti in aprile, gli avvocati difensori chiedono un rinvio dell’udienza per poterli esaminare, il Tribunale lo concede e così di rinvio in rinvio il tempo passa nella speranza che la situazione decanti e sulla morte di Vittorio si stenda la polvere dell’oblio.

Accadono cose incomprensibili, a maggior ragione se consideriamo che il processo si tiene avanti a un Tribunale Militare, in una situazione bellica, nel contesto che conosciamo: i testimoni non si presentano, la Corte ne prende atto, nuovo rinvio.
Le informazioni sono le stesse che già si conoscevano; si sa che due degli assassini sono morti, anche se non è confermato che uno (il giordano presunto regista dell’operazione) si sia suicidato. Molti sono i punti oscuri sulla ricostruzione di questa operazione di polizia.
I restanti tre esecutori materiali del rapimento e dell’omicidio hanno addossato le responsabilità principali ai due soggetti che non potranno mai più fornire la loro versione dei fatti. Le stesse dichiarazioni degli imputati confermano però che due di loro (oltre ai due deceduti) hanno materialmente concorso nell’omicidio di Vittorio.

Le confessioni non sono credibili laddove essi tentano di sminuire la loro partecipazione diretta all’omicidio; soprattutto non è credibile che gli accusati non sappiano o non vogliano spiegare le ragioni che li hanno indotti a compiere i crimini cha hanno confessato. E’ poi molto strano che, a quanto si sa, gli investigatori non abbiano ritenuto di approfondire i particolari dei fatti, accontendandosi della confessione del rapimento e dell’omicidio, senza compiere alcuno sforzo per giungere al pieno accertamento della verità.

Vi è una verità ufficiale, illogica e zoppicante, di cui non possiamo accontentarci.
Tutte le domande che ci poniamo sono ancora senza risposta, in particolare le due principali: perchè fu rapito proprio Vittorio e perchè egli fu ucciso ancora prima della scadenza dell’ultimatum.

Le indagini, per lo meno quelle “ufficiali”, sono state lacunose, per usare un eufemismo.
La sensazione netta è che si vogliano coprire complicità di apparati statali (del resto tre degli imputati sono militari), per questo la verità non deve emergere.
In questa situazione deprimente, in cui tra l’altro la condizione e le possibilità di azione dei volontari internazionali a Gaza sono gravemente compromesse, rifulge come una luce di speranza la lettera ai familiari degli imputati che la famiglia Arrigoni ha reso pubblica oggi tramite il Palestinian Center for Human Rights.
Come noto la famiglia Arrigoni ha espresso nettamente la sua decisione di chiedere che, in caso di condanna, non venga comminata agli assassini la pena di morte.
Si tratta di un gesto nobile e generoso, in un’epoca in cui l’odio e la vendetta sono il paradigma dei rapporti sociali e giuridici, non solo nel vicino Oriente, ma anche da noi, come ben sappiamo.
Non so quante altre persone, che hanno visto il proprio figlio e fratello ucciso in modo così barbaro e disumano, sarebbero disposte a un gesto simile.

Non si tratta di perdono, che potrà essere dato solo dopo il sincero pentimento e il pieno disvelamento della verità da parte degli assassini.
Si tratta di un messaggio di vita in un mondo di morte, di un grido di speranza, di un’invocazione di pace e fratellanza, tutte le cose per cui Vittorio è vissuto, perchè non si può combattere la barbarie con la barbarie e l’odio con l’odio.

La verità sulla fine di Vittorio è certamente a Gaza, ma non va cercata solo lì.
A parte il messaggio di cordoglio del Presidente della Repubblica le nostre istituzioni non hanno fatto assolutamente nulla per fare luce sull’omicidio di Vittorio, venendo meno a un preciso obbligo giuridico; addirittura i ministeri degli Esteri e della Giustizia non hanno neppure ritenuto di rispondere a un invito formale in tal senso che ho loro rivolto nel mese di giugno. Certo la situazione è complicata, non solo la Palestina non è uno stato riconosciuto, ma Hamas (partito al Governo a Gaza) è considerato dal nostro Governo un’organizzazione terroristica, pur se altri governi occidentali non condividono questa posizione e hanno con Gaza almeno rapporti umanitari.
Questo non dovrebbe essere un ostacolo che impedisca di contribuire a fare luce sull’omicidio di un nostro connazionale all’estero.
Anzi potrebbe essere un’occasione per superare posizioni ottuse che non sono di giovamento neppure alla politica estera del Governo.

Oggi ho nuovamente scritto al Presidente della Repubblica e ai Ministri degli Esteri e della Giustizia per sollecitarli a compiere il loro dovere, cioè dare tutto il sostegno possibile alla ricerca della verità.
Mi auguro che il nostro Governo voglia assumersi le proprie responsabilità ed uscire dalla linea di ignavia e di disinteresse seguita in passato, fornendo alla famiglia Arrigoni tutto il doveroso e necessario appoggio.

*legale della famiglia Arrigoni

Da Il Manifesto

Annunci