Vittorio Arrigoni: cronaca dell’ottava udienza del processo

La famiglia di Vittorio Arrigoni: «Giustizia, ma non pena capitale»

(di Michele Giorgio)

È stata un’udienza, l’ottava, breve ma di una certa importanza. Ieri, finalmente, il processo in corso a Gaza city per l’assassinio di Vittorio Arrigoni ha fatto un passo in avanti dopo tre mesi trascorsi a dibattere, quasi sempre, di questioni procedurali. La Pubblica accusa militare ha portato in aula l’hard disk del computer dove sono state ritrovate le immagini del rapimento di Vittorio. Si è parlato in particolare del filmato messo in rete dalla cellula (sedicente) salafita il pomeriggio dello scorso 14 aprile allo scopo di ottenere uno scambio tra l’attivista italiano e il leader spirituale del gruppo armato islamico «Tawhid wal Jihad», arrestato all’inizio del 2011 dalle forze di sicurezza del governo di Hamas. L’udienza si è svolta mentre veniva diffusa in rete la lettera di risposta della madre e della sorella di Vittorio – Egidia Beretta e Alessandra Arrigoni – alla «richiesta di perdono» inviata dalle famiglie di tre dei quattro imputati.

Di fronte alla possibilità che i tre imputati vengano condannati a morte, la madre e la sorella di Vittorio esprimono l’auspicio che il processo si svolga in modo regolare, nel rispetto delle procedure stabilite dalla legge internazionale e che venga fatta piena luce sull’assassinio. Più di tutto Egidia Beretta e Alessandra Arrigoni chiedono che non venga attuata una eventuale sentenza di morte in caso di condanna degli imputati. Si tratta di una posizione coerente con i valori, i principi e la storia politica e umana di Vittorio e della sua famiglia, ed è importante che sia stata espressa in modo pubblico. Ma altrettanto rilevante è la richiesta che sia fatta piena luce su quanto è accaduto nella notte tra il 14 e il 15 aprile, quando i rapitori decisero di assassinare l’attivista italiano e di non rispettare l’ultimatum che loro stessi avevano lanciato.

Su questo punto non ha fornito nuovi elementi la dichiarazione fatta ieri in tribunale da Tamer Hasasnah, l’imputato che ha ammesso senza esitazioni di aver girato e caricato le immagini sul computer mostrato in aula. Hasasnah alle domande della Pubblica accusa e alla richiesta di chiarimenti fatta dal presidente della corte, ha replicato che la decisione di uccidere Vittorio fu presa da altri due membri della cellula salafita: il giordano Abdel Rahman Breizat, il leader del gruppo, e il suo braccio destro Bilal Omari. Entrambi però non possono rispondere a queste affermazioni, perché sono stati uccisi delle forze di sicurezza di Hamas, durante uno scontro a fuoco avvenuto due giorni dopo l’assassinio di Vittorio. Gli avvocati dei quattro imputati – uno dei quali, Amr al Ghoula, è ai domiciliari perché accusato di reati meno gravi – puntano gran parte della loro strategia difensiva sul ruolo da protagonisti che avrebbero avuto Breizat e Omari, in modo da alleggerire la posizione dei loro assistiti. A Gaza però si dice che una sentenza di colpevolezza piena attende i tre principali imputati, che rischiano la pena di morte. Da qui l’appello rivolto alla famiglia Arrigoni. La prossima udienza del processo è fissata per il 5 gennaio.

Intanto le molte migliaia di italiani che seguivano i resoconti quotidiani di Vittorio su quanto accade nella Striscia di Gaza sotto blocco israeliano, hanno accolto con gioia la notizia che è tornato in vita il suo famoso blog, Guerrillaradio. La famiglia Arrigoni ha deciso che il blog continuerà a dar voce ai testimoni di tutte le ingiustizie e delle negazioni dei diritti umani, ovunque si manifestino. Purtroppo non ci sarà più Vittorio a riferire della condizione di Gaza, ma Guerrillaradio conserverà il suo spirito, il suo impegno, la sua determinazione, dando voce a chi non ha voce.

Da Il Manifesto

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