Vittorio Arrigoni: 3 novembre quinta udienza del processo

VITTORIO ARRIGONI, VERITÀ LONTANA (di Michele Giorgio)
Il processo s’incaglia sulle procedure
L’accusa non ha ancora chiesto agli imputati il motivo del sequestro e dell’uccisione di Vik

«In piedi, entra la corte». L’urlo di un agente della sicurezza di Hamas ieri ha spento di colpo il brusio nell’aula del tribunale militare di Gaza city e ha dichiarato aperta la quinta udienza del processo che vede alla sbarra quattro palestinesi, presunti salafiti, accusati di aver rapito ed ucciso Vittorio Arrigoni. Un’udienza con pochissimo pubblico stavolta: alcuni amici palestinesi e italiani di Vik, qualche parente degli imputati.

Mentre a nord di Gaza, lungo la «zona cuscinetto» creata da Israele, un missile di un elicottero ha ucciso due palestinesi Abu Halmiya, 22 anni e Nasser al-Layyan, 23. Il primo era un contadino che si trovava nel suo campo, il secondo un militante delle Brigate Ezzedin al Qassam che aveva preso parte poco prima ad uno scontro a fuoco con reparti israeliani. Tutto è avvenuto nelle campagne dove tante volte si era recato Vittorio, con altri volontari internazionali, per proteggere i contadini minacciati dal fuoco israeliano che impedisce ai palestinesi di entrare in una fascia di territorio,che corre da nord a sud dentro la Striscia, allargandosi in alcuni punti fino a 300 metri. Sono le terre più fertili di Gaza ma ora non più coltivabili.

Dell’impegno di Vittorio Arrigoni per i diritti dei palestinesi, ieri non si è parlato nell’aula del Tribunale militare di Gaza city. La quinta udienza del processo è finita dopo 50 minuti. Il giudice ha aggiornato il processo al 24 novembre. Non sono emerse novità di rilievo per l’accertamento della verità. Eppure le premesse erano state buone. L’accusa ha chiamato a testimoniare cinque persone: Ibrahim Attab, proprietario dell’autonoleggio dove i rapitori hanno preso l’automobile usata per il rapimento; Khader Bahar, proprietario dell’appartamento dove è stato tenuto ostaggio Vittorio; Mahmud Shindi, cognato di uno degli imputati (Tamer Hasasnah); Nayef Jamalna, un poliziotto collega dell’imputato Mahmud Salfiti; e infine Musa Abu Hassanin, un ufficiale dei vigili del fuoco che conosce bene Hasasnah e un altro imputato, Khader Jram. Ma le dichiarazioni di questi testimoni sono state lapidarie. Tutti e cinque si sono limitati a confermare le deposizioni rese durante le indagini. L’accusa si è detta soddisfatta e non ha quasi aperto bocca per tutta l’udienza. La difesa ha formulato qualche domanda banale. Alla fine i giudici militari hanno aggiornato il processo a fine mese.

La delusione è cocente. A due mesi dalla prima udienza, il dibattimento rimane incagliato su questioni procedurali e su aspetti secondari. L’accusa non ha ancora chiesto agli imputati per quale motivo venne compiuto il sequestro di Vittorio lo scorso 13 aprile e perché l’attivista italiano venne ucciso nella notte tra il 14 e il 15 aprile. Uno dei testimoni, Mahmud Shindi, ha detto di aver conosciuto e frequentato Abdel Rahman Breizat, il giovane giordano a capo del sedicente gruppo salafita che ha rivendicato il rapimento di Vittorio. Ma nessuno ieri ha pensato di chiedergli maggiori informazioni su questo personaggio misterioso, centrale nella vicenda, che non può più parlare perché morto in uno scontro a fuoco con la polizia di Hamas. Il tempo passa e la verità sull’assassinio di Vittorio Arrigoni rimane lontana.

Da Il Manifesto

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