Vittorio Arrigoni: Gilberto Pagani racconta la seconda udienza del processo

Una sentenza già scritta (di *Gilberto Pagani)

Dopo alcune traversie ed un viaggio abbastanza avventuroso sono a Gaza. Il processo inizia alle 10. Per arrivare alla Military Permanent Court costeggiamo la spiaggia ed il campo profughi “Beach Camp”, dove abita il presidente del governo di Gaza.

L’aula è piccola, sporca, spoglia. Nessuna scritta nessun simbolo politico o religioso.

Lo scranno del Tribunale è molto sopraelevato, per il pubblico ci sono delle panchette, le persone presenti sono una trentina, molti gli italiani.

I banchi dell’accusa e della difesa sono uno di fronte all’altro, la cattedra della Corte è perpendicolare a loro; il banco dei testimoni è di fronte ai giudici, il teste volta le spalle ad avvocati e pubblico.

Sulla destra la gabbia, nella quale vengono fatti entrare i quattro imputati.

Un militare in tuta mimetica, barbuto come tutti, ricopre la funzione di usciere, è lui che batte con forza il palmo della mano sul banco dei testimoni e lancia un urlo, entra la Corte.

Il presidente della Corte avrà circa 30 anni, così come i giudici a latere, il PM e i suoi assistenti. Tutti vestono camicie militari senza alcun distintivo o grado.

I quattro avvocati portano la toga sopra camicia e cravatta. Sono svogliati, uno di loro durante il processo (un processo per omicidio!!) si assopisce, il controesame del testimone e degli imputati è di pura facciata.

Mi dicono che gli avvocati sono sconosciuti, con poca esperienza.

L’udienza è brevissima, viene interrogato un agente che conferma i filmati con le confessioni degli imputati. Poi a turno gli imputati vengono interrogati dalla Corte.

Uno è accusato di aver aiutato gli assassini, gli altri tre di sequestro di persona e omicidio; questi ultimi si riconoscono nelle immagini che vengono mostrate solo a loro e non al pubblico ma affermano che le confessioni sono state estorte con vessazioni e minacce.

Gli imputati appaiono spauriti e inoffensivi, sono vestiti con jeans e t-shirts, barba; non hanno l’aria dei terroristi e neppure degli imputati di terrorismo islamico che in Italia ho potuto osservare nei processi.

Viene reintrodotto l’agente, che nega ci siano state pressioni. Le dichiarazioni filmate sono state confermate anche in verbali scritti firmati dagli imputati.

Nel frattempo l’usciere redarguisce aspramente quelli tra il pubblico che accavallano le gambe (mi dicono che qui sia una forma di maleducazione) e ne allontana uno (non capisco perché) che esce senza fare una piega.

Di nuovo un colpo sul banco e un urlo da parte dell’usciere:, l’udienza è rinviata al 3 ottobre per ascoltare il medico legale che oggi non si è presentato.

Alla fine di questa udienza vado ad incontrare il Procuratore militare, nel suo ufficio.

Gli pongo tre domande:

Possiamo accedere agli atti delle indagini?

“L’inchiesta è militare, il processo è pubblico, venite al processo e saprete quel che c’è da sapere”

Sono state fatte indagini sulla morte di due sospettati in un conflitto a fuoco con la polizia?

“Un’inchiesta della polizia ha appurato che tutte le regole sono state rispettate, per altre informazioni potete leggere quel che è stato scritto dalla stampa”

La Procura chiederà la pena di morte per i colpevoli?

“La punizione prevista dalle nostre leggi in questo caso è la pena di morte”.

Sono assolutamente stranito.

Mi aspettavo una procedura da Corte militare, rapida, forse spietata, comunque finalizzata a cercare una ricostruzione dei fatti, se non la verità, che sia la base per una decisione.

Assisto ad un processo in cui i tempi sono dilatati senza ragione, la Procura imprecisa e svogliata, gli avvocati assenti, l’interesse pubblico nullo, la Corte inutilmente autoritaria.

Non è plausibile che in una situazione (anche territoriale) come questa il medico legale non si presenti per quello che è il primo atto di un processo per omicidio, cioè illustrare le cause della morte di una persona….

*Avvocato della famiglia Arrigoni

Da Il Manifesto

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