Cercando la verità sull’assassinio di Vittorio Arrigoni

Lo sceicco Abu Musab: sbagliato uccidere Arrigoni

Intervista di Michele Giorgio*

Un leader del gruppo qaedista nega qualsiasi coinvolgimento di Tawhid wal Jihad nel sequestro di Vittorio e condanna l’assassinio dell’attivista italiano.

I rapitori di Vittorio Arrigoni si dichiararono membri di al Tawhid wal Jihad, una formazione qaedista che poco più di due anni fa ha fatto la sua apparizione sulla scena di Gaza e formando proprie cellule, spesso in competizione se non addirittura in opposizione ad Hamas (accusato di non applicare il «vero Islam»). E affermarono di aver compiuto il sequestro di Vittorio allo scopo di ottenere la scarcerazione dello sceicco egiziano al-Saidani, noto anche come Abu Walid al-Maqdisi, arrestato un mese prima. Tawhid wal Jihad ha negato di essere coinvolta nel rapimento dell’attivista italiano ma a Gaza si continua a parlare dei legami tra questo gruppo qaedista e i sequestratori. Lo sceicco Abu Musab, uno dei leader di Tawhid wal Jihad, ha accettato di rispondere alle domande del manifesto sul sequestro Arrigoni. Ci riceve in una piccola abitazione nel campo profughi di Jabaliya, a nord di Gaza, armato di mitra e con il volto coperto parzialmente da una kufiah.

D. Negate di aver avuto un ruolo nel sequestro e nell’uccisione di Vittorio Arrigoni eppure continuano a chiamarvi in causa.

R. Qualcuno vuole coinvolgerci ad ogni costo in questa vicenda ma Tawhid wal Jihad non ha pianificato o partecipato in alcun modo al sequestro dell’italiano. La nostra smentita è stata immediata, abbiamo chiarito subito che i sequestratori non facevano parte del nostro progetto di jihad (guerra santa). Quei giovani hanno usato il nostro nome perché è noto e volevano farsi conoscere.

D. Tuttavia il giordano Abdel Rahman Breizat, la mente dei sequestratori, era vicino alla vostra organizzazione.

R. Sì, ma fino ad un certo punto. Molti dei nostri combattenti lo conoscevano. Era un ragazzo devoto che voleva fare della Palestina il punto di partenza per una nuova rinascita dell’Islam, per la vittoria del jihad in dar al Islam. Ma non ha mai fatto parte della struttura di Tawhid wal Jihad, era un esterno e tutto ciò che ha fatto lo ha organizzato assieme ai suoi amici (quelli del sequestro di Vittorio, ndr) a nostra insaputa.

D. Ma lei lo conosceva di persona Breizat?

R. Certo, perché appena arrivato a Gaza (all’inizio del 2010, ndr) aveva subito preso contatto con la salafiyya (le cellule qaediste di Gaza che si rifanno al salafismo, ndr). Ricordo di aver parlato con lui più volte, della grandezza del profeta (Maometto) e dei doveri dei musulmani. Insisteva molto sul mancato rispetto da parte dei popoli islamici dei precetti coranici e degli insegnamenti del profeta. Lo irritava l’indifferenza di tanti musulmani verso la religione.

D. Ma Vittorio Arrigoni cosa c’entrava, non era un musulmano

R. Credo che il sequestro dell’italiano servisse a Breizat e ai suoi compagni per affermare l’esistenza della sua cellula, del suo gruppo. In cambio della sua liberazione ha chiesto la scarcerazione dello sceicco al Saidani, arrestato ingiustamente solo per aver parlato a nome dell’Islam. Breizat ha messo in piedi un’operazione spettacolare per farsi pubblicità.

D. Lei parla di liberazione e di scambio di prigionieri ma Vittorio è stato ucciso subito, i rapitori non hanno neppure rispettato l’ultimatum che avevano lanciato.

R. Perché Breizat e i suoi compagni hanno organizzato qualcosa che non sono stati in grado di gestire. Hanno subito sentito forte la pressione, si sono sentiti in trappola e hanno ucciso l’ostaggio.

D. Ma del sequestro avvenuto la sera del 13 aprile si è saputo solo poco prima del tramonto del 14 e la polizia di Hamas è intervenuta quando era scesa l’oscurità. Secondo una tesi Vittorio Arrigoni potrebbe essere stato ucciso nel primo pomeriggio, forse nel video postato dai sequestratori era già morto o in coma.

R. La pressione non è solo quella della polizia e delle indagini ma anche della impreparazione, della mancanza di organizzazione mentale e militare. Gestire un sequestro è complesso e solo un gruppo determinato e ben strutturato può portarlo avanti. Breizat e i suoi compagni forse hanno perduto la testa.

D. E cosa dice delle voci su una regia occulta, pare nel Sinai, del rapimento di Arrigoni.

R. Non so nulla di tutto ciò ma non mi sento di escludere che Breizat avesse qualcuno alle spalle, qualcuno che lo ha convinto ad agire e colpire quell’italiano. Forse dietro tutto ciò c’è il Mossad (il servizio segreto israeliano). Con certezza posso dire soltanto che Tawhid wal Jihad non ha rapito Vittorio Arrigoni

D. Lei conosceva Arrigoni, sapeva della sua presenza e delle sue attività a Gaza.

R. L’avevo visto una volta a bordo di una ambulanza nel nord di Gaza durante l’aggressione sionista (l’offensiva israeliana «Piombo fuso», dicembre 2008-gennaio 2009). Talvolta qualcuno mi parlava di lui. Per me era un amico dei palestinesi e non un nemico dell’Islam. La sua uccisione è stata un crimine. Noi non ci opponiamo alla presenza degli occidentali a Gaza, se vengono per aiutare i palestinesi e i musulmani non possono essere toccati. La nostra religione li protegge.

Da Il Manifesto 15 – 06 – 2011

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